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Medici e tortura: il caso di Israele

Nonostante il divieto internazionale, la tortura è ancora praticata in nome della difesa dello Stato. Uno studio del Centro di Salute Internazionale (CSI) dell’Università di Bologna, ha preso in considerazione il caso di Israele, esaminando il ruolo giocato dai medici: dal blog Salute Internazionale.

Le Nazioni Unite definiscono la tortura “ogni atto che provochi dolore e sofferenza, fisiche o psichiche, inflitto intenzionalmente” a scopo estorsivo (ottenere informazioni), punitivo, intimidatorio o per qualsivoglia motivo basato su forme di discriminazione, da parte di un funzionario pubblico, che può esserne autore materiale, istigatore o spettatore acquiescente. Queste pratiche rappresentano una costante quotidiana nella vita della popolazione palestinese. Le dimensioni del fenomeno sono difficilmente quantificabili e le Nazioni Unite sono consapevoli del suo verificarsi.
La ricerca del CSI non soltanto analizza le conseguenze fisiche e mentali della tortura, ma tenta di individuare le “cause delle cause”, mettendo in luce i meccanismi, i processi e gli attori attraverso cui queste pratiche si possono realizzare. In particolare, si sofferma sul ruolo dei medici, che finiscono per rappresentare una “rete di sicurezza” per i perpetratori e un punto di controllo fondamentale dell’ingranaggio che rende possibile la tortura.

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