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Minori abusati in rete: chi è il carnefice?

Secondo le stime di uno studio statunitense che ha indagato i meccanismi dei crimini sessuali in rete, i mezzi di comunicazione colpevoli non sarebbero solo i tanto demonizzati socialnetwork, ma l’intero mondo del Web 2.0.

Il rapido incremento dei siti di socialnetworking, come Facebook e MySpace, ha destato preoccupazione riguardo al fenomeno della vittimizzazione sessuale online dei più giovani. Per indagare il modo in cui tali siti sono implicati nei crimini sessuali a danno dei minori, ricercatori statunitensi, coordinati da Kimberly J. Mitchell, hanno condotto un sondaggio su 2.500 agenzie delle forze dell’ordine, osservando attraverso interviste dettagliate circa 1.000 casi di arresti effettuati nel 2006 e connessi a crimini sessuali contro minori.

In circa un terzo dei casi i crimini erano connessi all’utilizzo dei social network e, nella maggior parte, le relazioni con la vittima erano iniziate proprio chattando in rete. Ma in che modo – vien da chiedersi – la “socializzazione” online si renderebbe complice dei crimini virtuali a sfondo sessuale? Certamente in più di uno.
Prima di tutto, dando il via alla conoscenza con la vittima, consentendo la comunicazione con il “carnefice”, autorizzando ed instaurando contatti con gli amici delle vittime designate.

In tre quarti dei casi osservati gli studiosi hanno analizzato operazioni “sottocoperta” in cui erano gli stessi agenti di polizia a sguinzagliarsi per i social network, facendo da “esca” per i malintenzionati. Dal confronto fra i dati emersi dall’analisi dei casi in cui il mezzo di trasgressione era il social network e quelli in cui il teatro del crimine erano altri “luoghi” della rete è emerso tuttavia che i criminali del socialnetworking avevano meno probabilità di essere registrati come trasgressori sessuali e risultavano in misura minore di essere produttori o possessori di pornografia infantile. Gli autori di tali crimini, infatti, si contavano in misura maggiore fra chi utilizzava altri strumenti mediatici oltre ai social network, come le chat room, i programmi di messaggeria, le videoconferenze, per interagire con le vittime minorili.

Ed anche se studi come questo, pubblicato sulla rivista specializzata Journal of Adolescent Health, mostrano limiti, dovuti al fatto che la maggior parte degli abusi sessuali (del web e non) non sono denunciati e che dunque è difficile determinarne la diffusione, il punto da trarre resta comunque importante. I siti di socialnetworking costituiscono solo un altro dei tanti modi in cui il web rende i giovani vulnerabili ad atti di criminalità sessuale. E se le strategie volte a prevenire tali abusi dovrebbero quindi focalizzarsi anche su questi mezzi di trasgressione, la demonizzazione dei socialnetwork comunemente diffusa andrebbe ridimensionata a vantaggio del concetto di educazione all’uso.

I media continuano a perpetuare l’immagine erronea del socialnetworking come principale piattaforma di criminalità sessuale potenziale. Molti genitori proibiscono ai figli di utilizzare tali mezzi di comunicazione per evitare che cadano preda di sfruttamento sessuale. Ma così facendo il rischio è che si dimentichi il fulcro del problema, l’educazione dei figli. Controllare in modo appropriato le loro attività in rete, specificano gli autori dello studio, dove per rete non si intente solo l’insieme dei social network, ma il complesso mare magnum del principale mezzo di comunicazione globale attualmente conosciuto.

giulia volpe

Fonte:
Mitchell KJ, Finkelhor D, Jones LM. Use of Social Networking Sites in Online Sex Crimes Against Minors: An Examination of National Incidence and Means of Utilization. J Adolesc Healt, 2010.

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