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Nobel… si nasce

È Robert Edwards, padre della fecondazione in vitro, il vincitore del premio Nobel per la Medicina 2010. Una vittoria che sorprende, nel clima di polemiche mai sopite che da anni avvolge questo tema di bioetica, ma che fa ben sperare sulle sorti della lotta contro l’infertilità, che affligge oggi oltre il 10% delle coppie nel mondo.

“Ho guardato nel microscopio e ho visto qualcosa di strano tra le colture: era un blastocita umano che mi stava guardando. Allora ho pensato: ce l’abbiamo fatta”. Così Robert Geoffrey Edwards ricorda la scoperta per cui oggi, a 30 anni di distanza (lui ne ha 85), riceve il premio Nobel 2010 per la Medicina. Dieci milioni di corone svedesi, ovvero 1 milione e mezzo di dollari americani. Il suo merito, lo sanno tutti, è di aver inventato la FIV (in vitro fertilisation), la tecnica di fecondazione degli ovuli in provetta, grazie alla quale dopo un decennio di sperimentazione, condotto insieme al ginecologo Patrick Steptoe, nel 1978 veniva alla luce Louise Joy Brown. La prima “figlia della provetta”, oggi trentaduenne, è madre felice di un bambino concepito naturalmente.

Da quel primo successo, sono stati 4 i milioni (3,75 per essere esatti) di nascite ottenute grazie alla scoperta del biologo ed embriologo inglese e del suo collega ginecologo. Una tappa epocale nella storia della Medicina la cui celebrazione non si esaurisce nel folto coro di gratitudine di chi oggi, senza di lui, non sarebbe mai nato; ma che raccoglie la partecipazione di quella parte di mondo convinta che l’intuizione di Edwards e Steptoe abbia rappresentato per la società moderna un passo avanti d’inestimabile valore etico.

Ma è proprio su questo terreno, l’interpretazione dell’attributo “etico”, che la morale laica e gran parte di quella cattolica si danno battaglia di fronte all’assegnazione di questo Nobel. E che vede schierate, come su altri fronti della bioetica (come sull’utilizzo delle staminali embrionali per la cura delle malattie), da una parte le conquiste della Scienza, con i loro benefici sul piano sociale, dall’altra la difesa della Natura e della Vita, nell’accezione prescientifica dei termini, da parte del pensiero cattolico. Come se la Scienza non avesse ancora dimostrato di poter essere al servizio dell’una e dell’altra. Un paradosso “incarnato”, letteralmente parlando, proprio dai milioni di “vite” (lo ricordiamo, sono 4!) scaturiti dall’invenzione di Edwards.
Ingenuo pensare di poter liquidare la questione ormai trentennale con un ovvio gioco di parole. Ovvio almeno quanto l’”ingiustizia” denunciata dal presidente dell’Associazione Mondiale della Medicina Riproduttiva Severino Antinori: “Lo meritava 30 anni fa.” (almeno ne avrebbe gioito anche l’infaticabile Steptoe, passato a miglior vita nell’88). Ma ripercorrendo la storia dell’annosa diatriba fra Scienza e Chiesa sulla fecondazione assistita (che in Italia racconta di limitazioni legislative, superate solo negli ultimi anni, come i divieti all’impianto di più di tre embrioni, alla crioconservazione, e alla diagnosi preimpianto), non si può non provare un senso di piena soddisfazione per il prezioso riconoscimento. Considerando il peso che la morale cattolica continua malgrado tutto ad avere nella società laica, il fatto che l’istituto svedese Karolinska, alta espressione dell’intelligentia ufficiale, si sia schierato sul fronte laico della battaglia fa ben sperare sull’esito della guerra. Del resto non è un caso che l’ultimo baluardo della controparte cattolica, quell’eterologa troppo cara alla legge 40 (che da noi regola la FIV), sia oggetto degli 8 ricorsi che proprio in questi giorni attendono il responso dei magistrati.

giulia volpe

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