Sul Corriere della Sera del 15 settembre, Sergio Harari ripercorre la storia della penicillina – dall’osservazione casuale di Fleming alla sperimentazione rigorosa di Florey e Chain – per ricordare un principio che sembra scontato ma che oggi torna a essere messo in discussione: in medicina non basta un’intuizione, per quanto brillante, per stabilire se una cura funziona. «Questo è il metodo scientifico», scrive Harari: non il rifiuto delle idee nuove, ma «l’obbligo di sottoporle a verifiche che possano anche confutarle». Serve il confronto controllato, la replica dei risultati, la revisione sistematica dei dati. «La scienza non è democratica», scriveva Piero Angela, e Harari lo richiama proprio mentre segnala il diffondersi anche in Europa di derive antiscientifiche già viste altrove.
È lo stesso interrogativo al centro di Come sapere se una cura funziona, il libro di Sir Iain Chalmers, Hazel Thornton e Imogen Evans pubblicato da Il Pensiero Scientifico Editore. Chalmers, fondatore della Cochrane Collaboration, lo spiega bene in un’intervista che avevamo raccolto anni fa: il punto non è solo condurre uno studio, ma condurne uno appropriato, un confronto realmente equo tra pazienti simili, senza distorsioni che ne falsino i risultati. La sua immagine resta efficace ancora oggi: valutare una cura confrontando gruppi di pazienti troppo diversi tra loro è come far giocare una squadra di professionisti contro una di ragazzini, il risultato non dice nulla sul merito reale delle due squadre.
Nell’intervista, Chalmers ricorda anche un caso emblematico: per trent’anni i farmaci steroidei furono usati nei traumi cranici senza che nessuno ne verificasse davvero l’efficacia, finché una revisione sistematica, a inizio anni 2000, non dimostrò che quel trattamento aumentava il rischio di morte. Decine di migliaia di decessi evitabili, dovuti non alla malattia ma all’incertezza mai messa alla prova.
È lo stesso filo che lega la cronaca di oggi – i tentativi di erodere il metodo scientifico – a un libro che, da quasi vent’anni, prova a spiegare a medici e pazienti come riconoscere una valutazione seria da una raccolta di impressioni. Un invito a diffidare delle scorciatoie e a chiedersi sempre: questa prova è stata davvero messa alla prova?
Erica Sorelli
Ufficio Stampa Il Pensiero Scientifico Editore


Per 4 anni (maggio 2016 mia età 89) ho applicato il protocollo di terapia dell’ ETNA – AF – Europe. Ora la mia età è 98 e mesi… è grazie al Protocollo praticato ?