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Peer review e ricerca: non basta la parola

Di per sé il ricorso a referee esterni non è sufficiente a garantire validità e trasparenza del processo di valutazione. Servono alcune cose aggiuntive: l’accettazione convinta del criterio del merito nella distribuzione dei finanziamenti di ricerca da parte dei responsabili delle istituzioni e dei ricercatori che partecipano ai bandi; la separazione fra le funzioni di erogazione del finanziamento e di valutazione dei progetti; la decisione di merito interamente delegata a comitati scientifici di valutazione. Lo afferma un editoriale pubblicato dalla rivista Ricerca & Pratica.

Scrive Giuseppe Traversa del Centro nazionale di epidemiologia dell’Istituto Superiore di Sanità: “La scorsa estate Claudio Fiocchi, un noto ricercatore di origine italiana che lavora negli Stati Uniti, denunciò di essere stato ripetutamente contattato per favorire i progetti per i quali svolgeva il ruolo di referee per il Ministero dell’università e della ricerca scientifica. Tutto questo mentre, ovviamente, l’attribuzione dei progetti ai referee doveva rimanere riservata. Il ministro Gelmini dichiarò che avrebbe avviato un’indagine interna e preso provvedimenti. In attesa che siano resi pubblici gli esiti dell’indagine, cosa insegna quella esperienza? Se il sistema attuale è inadeguato, secondo standard largamente accettati all’estero, lo si deve congiuntamente ai dirigenti delle istituzioni e ai tecnici chiamati a far parte delle commissioni. Solo in presenza di una distinzione esplicita fra soggetti che erogano i finanziamenti, inclusi i comitati scientifici che svolgono le funzioni di consulenza, e coloro che effettuano la valutazione di merito, ciascuno può giocare al meglio il suo ruolo: gli erogatori, sulla correttezza e trasparenza dei processi, e i tecnici, sul merito dei progetti stessi. Conta poi il ruolo che viene affidato ai referee esterni. Sono consulenti o prendono decisioni autonome? Il primo modello è, al meglio, quello adottato dalle riviste scientifiche. I referee, con i loro giudizi, forniscono elementi a sostegno della decisione finale, che rimane tuttavia interamente nelle mani del comitato editoriale. Se questo svolge in modo scorretto il suo compito, verrà punito dagli autori e dai lettori, i quali si rivolgeranno a riviste che garantiscano meglio l’obiettività di giudizio. Questa possibilità di punizione quando non si raggiungono standard di trasparenza e oggettività è assente nel caso della distribuzione dei finanziamenti pubblici di ricerca. Per questa ragione è preferibile che i referee chiamati ad effettuare le valutazioni dei progetti siano anche parte del comitato che prende le decisioni”.

Il modello, che all’estero va sotto il nome di study session, prevede che ciascun referee effettui “da casa” la valutazione dei progetti assegnati, e poi partecipi alla discussione collegiale. Chi effettua una valutazione sa che dovrà difenderla davanti a dei colleghi, in una discussione che consente a ciascuno di acquisire nuove informazioni e pesare i diversi punti di vista.

Fonte
Traversa G. Peer review e ricerca: non basta la parola. Ricerca & Pratica 2010; 26.

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