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Per una cura centrata sulla famiglia

Sull’ultimo numero di Assistenza Infermieristica e Ricerca, Paola Obbia – infermiera di famiglia e di comunità e presidente AIFeC – scrive un interessante articolo sul ruolo di questa figura professionale, spiegando come l’infermiere di famiglia e comunità (IFeC), introdotto nel 1998 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, abbia la precipua funzione di spostare l’ottica della presa in carico e degli interventi (in particolare quelli di prevenzione) dall’individuo, alla famiglia, ed anche alla comunità a cui appartengono. Pur sapendo che l’investimento sulla prevenzione richiede strategie e lungimiranza da parte di chi deve prendere decisioni, per di più senza garantire ritorni immediati, gli IFeC, se messi nelle condizioni di occuparsi della comunità, secondo Paola Obbia potranno fornire un importante contributo alla salute della popolazione.

È cosa nota che la famiglia costituisca il primo punto di erogazione delle cure, in ogni fase della vita. Nella stessa misura in cui nei cosiddetti primi mille giorni di vita la salute dell’individuo, intesa come insieme di fattori genetici ed epigenetici,  dipende sia dal fattore ereditario che da quello prettamente ambientale e sociale rappresentato dalla famiglia, anche nelle fasi di malattia acuta o cronica, nelle fragilità, nella terza età, la famiglia risulta determinante per la qualità di vita. La figura dell’infermiere di famiglia e comunità garantisce la possibilità di essere curati a casa, perché in caso di malattia l’accudimento familiare richiede processi di adattamento che necessitano un’attenta valutazione dei bisogni non solo delle persone portatrici di handicap o di malattia, ma anche di chi di loro si occupa.

Pertanto, spiega Obbia, interagire con tutti i membri della famiglia diventa parte integrante dell’assistenza e della cura: “La struttura della famiglia, i determinanti sociali che incidono sul suo contesto, la fase di sviluppo nel ciclo di vita in cui trova, la valutazione funzionale della capacità di svolgere le funzioni essenziali per le attività della vita quotidiana e, di fronte alla malattia, di assistenza, sono, infatti, gli elementi su cui si basa la possibilità di perseguire la miglior salute possibile ed essere curati a casa.”

L’infermiere di famiglia e di comunità è colui o colei che saprà interpretare eventuali fenomeni disfunzionali presenti nella famiglia del paziente da curare ed assistere che possono portare alla mancanza di una sana comunicazione tra i suoi membri; che saprà cogliere l’eventuale disparità di genere, con il ruolo del caregiver, spesso donna, sovraccaricato di responsabilità e non negoziato e ripartito con gli altri membri del nucleo familiare; che avrà la capacità di cogliere la possibile presenza di situazioni di abuso e maltrattamento.

“Il concetto di famiglia in Italia”, spiega ancora Obbia, “resta legato alla famiglia nucleare, ma per l’Infermieristica di famiglia è un sistema che include gli individui che sentono di farne parte e le reti sociali e di vicinato che possono offrire supporto. Inoltre, le famiglie monocomponenti sono in aumento e il fenomeno non riguarda solo anziani che hanno perso il proprio compagno, ma sempre di più anche i giovani. Quando non è una libera scelta, la solitudine diventa un fattore di rischio importante per le malattie.” Quando l’infermiere sarà in possesso di queste basi di interpretazione dei nuclei familiari con cui si interfaccia, potrà pianificare e contrattare un piano di cure con i destinatari e il mondo dei servizi.

Sebbene sia chiaro a tutti che “il benessere di una comunità dipende da una serie complessa di elementi il cui impatto sulla qualità della vita è tutt’altro che trascurabile”, queste attività “non sono ancora percepite nella loro dimensione generativa di valore e quindi, non sono riconosciute dalle organizzazioni, che intendono l’infermieristica di comunità come attività di cura extra-ospedaliera in ottica bio-medica”.

Per favorire la diffusione di siffatte figure professionali, occorre pianificare una strategia di formazione che sposti l’attenzione alla prevenzione e alla relazione, nella convinzione che l’attività sul singolo, le famiglie e le comunità non possa essere ripartita in compartimenti stagni, ma faccia parte di un continuum assistenziale.

Infermieristica di famigliaA questo proposito, la lettura del volume Infermieristica di famiglia. Una guida per prendersi cura del sistema famiglia, di Zahra Shajani e Diana Snell, appena pubblicato dal Pensiero Scientifico Editore, risulta particolarmente illuminante ed utile perché mette al centro della riflessione sul tema la necessità di programmare una formazione ad hoc che renda possibile l’attuazione concreta di quello che potremmo definire l’ultimo miglio della cura.

Come si legge nell’edizione italiana del libro – curata da Anna Brugnolli, Luisa Cavada, Jessica Longhini, Daniel Pedrotti e Luisa Saiani – la maggior parte degli studenti di infermieristica e persino alcuni infermieri praticanti non hanno mai assistito ad un colloquio familiare. Pertanto, spesso si sentono in ansia per l’incontro con una famiglia e talvolta mascherano le proprie apprensioni dicendo che non hanno abbastanza tempo per coinvolgere i familiari nella pratica infermieristica. Quando però osservano “veri” colloqui familiari si rendono conto che non era la mancanza di tempo a impedire loro di coinvolgere le famiglie nelle cure ma il fatto che non possedessero le necessarie capacità cliniche e/o relazionali. Così, una volta che gli infermieri abbracciano la convinzione che la malattia è “un affare di famiglia”, si rendono conto che, in soli 15 minuti o forse anche meno, possono fare una profonda differenza per alleviare la sofferenza.

Questa guida, in cui vengono affrontati problemi in una varietà di contesti professionali, inclusi ospedale, cure primarie, scuola, comunità, pazienti ambulatoriali e a domicilio, fornisce agli infermieri linee guida e competenze specifiche da considerare quando devono condurre incontri con la famiglia, dal primo colloquio fino alla dimissione o alla fase terminale. I formatori infermieristici che attualmente insegnano un approccio incentrato sulla famiglia lo troveranno una risorsa preziosa e i formatori coinvolti in corsi o programmi di istruzione avanzata saranno in grado di utilizzarlo per aggiornare le conoscenze e le abilità cliniche degli infermieri nell’assistenza centrata sulla famiglia.

Leggi l’articolo completo su Assistenza Infermieristica e Ricerca

Erica Sorelli
Ufficio Stampa Il Pensiero Scientifico Editore

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