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Screening di massa per l’AIDS

Valutando tutti i pro e i contro (di natura clinica, epidemiologica ed economica) ha senso implementare screening di massa per il virus HIV nella popolazione senza distinzione di gruppi a rischio e non a rischio? Il dibattito si infuoca, mentre negli Stati Uniti si sta per arrivare a questa storica decisione, come ci racconta un editoriale del prestigioso New England Journal of Medicine.

Nel gennaio 2011 l’Advisory Council on HIV/AIDS della Presidenza Obama ha invitato la US Preventive Services Task Force (USPSTF) a riconsiderare la sua determinazione del 2005 che sottolineava come l’evidenza scientifica non giustificasse lo screening di routine per il virus HIV negli adolescenti e nella popolazione generale statunitense. Già nel 2006 i Centers for Disease Control and Prevention (CDC) avevano chiesto ai decisori politici di organizzare test di massa per l’AIDS, e nel controverso e lungo dibattito si è inserita nel 2009 un’analisi dell’American College of Physicians e dell’HIV Medicine Association che ha supportato la richiesta di screening routinari per l’HIV e a luglio 2011 la pubblicazione di un rapporto dell’Institute of Medicine che ha suggerito l’implementazione di uno screening di massa per l’HIV su base annuale in tutte le donne sessualmente attive. La controversia ricorda quella in corso da anni sull’efficacia degli screening mammografici di massa, ma il dibattito sull’HIV per ora è meno pubblico, riservato agli addetti ai lavori e per ora in corso solo negli Usa.

Nel 2005 la USPSTF aveva sottolineato come “gli screening mirati per l’HIV attualmente in uso non identificano una percentuale sostanziale di pazienti HIV positivi” e ovviamente uno screening universale fornirebbe un numero molto più vasto di diagnosi. Ma “nonostante le evidenze che la consapevolezza dello status di positività all’HIV riduce i comportamenti a rischio, ci sono dati insufficienti sull’impatto sulla quantità di contagi di tale consapevolezza”. Senza trascurare il fatto che si stima che per prevenire 1 morte per AIDS andrebbero in media prese in esame 11.000 persone non a rischio in 3 anni (dati USPSTF).

I CDC però giudicano l’esistenza di centinaia di migliaia se non milioni di pazienti HIV-positivi inconsapevoli del loro status una vera e propria emergenza sanitaria , perché si tratta di una popolazione che contribuisce in modo decisivo alla diffusione dell’infezione nel mondo. Spiega Bernard Branson della CDC Division of HIV/AIDS Prevention: “Non agire permettendo a una politica sanitaria inefficace di persistere è a sua volta un’azione. La US Preventive Services Task Force si prende il lusso di non dare raccomandazioni né a favore né contro questa o quella politica sanitaria. I CDC non hanno questa scelta”. Va anche considerato che l’impatto epidemiologico della conoscenza dello status di HIV-positivo è amplificato dalla recente scoperta – con lo studio HIV Prevention Trials Network’s HPTN052 – che la terapia antiretrovirale ha un effetto molto potente sui tassi di contagio.

La USPSTF sta riconsiderando le sue conclusioni di sei anni fa e una nuova decisione è attesa per la fine del 2011. “Ma questa saga sottintende una questione di importanza critica per il rapporto tra la Evidence Based Medicine e la salute pubblica”, fanno notare Ronald Bayer e Gerald M. Oppenheimer della Miaman School of Public Health della Columbia University. “Quello che per alcuni è rigore metodologico viene percepito da altri addetti ai lavori come zelo fine a se stesso. Chi si occupa di salute pubblica deve confrontarsi con la sfida quotidiana di dover scegliere politiche sanitarie nonostante l’incertezza. Le sue decisioni devono tener conto dei pro e dei contro dell’azione come dell’inazione. Certamente tali decisioni hanno bisogno di una robusta evidenza scientifica, ma saranno diverse se chi le prende ha come priorità la politica sanitaria e la salute pubblica, perché in questo ambito l’azione è necessaria anche quando l’evidenza non è supportata dai criteri scientifici più rigorosi”.

david frati

Fonte
Bayer R, Oppenheimer GM. Routine HIV screening – What counts in evidence-based policy? N Eng J Med 2011; doi 10.1056/NEJMp1108657.

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