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Ticket sanitari: strumenti di controllo o di diseguaglianza?

L’applicazione di un ticket moderato può favorire il contenimento dei tempi di attesa per le prestazioni rientranti nei livelli essenziali di assistenza, con effetti positivi in termini di equità, e una certa possibilità di espansione della gamma delle prestazioni rientranti nella copertura pubblica di base, consentendo ad un sistema sanitario pubblico di adattarsi all’evoluzione dei bisogni di salute e delle innovazioni in campo biomedico. Sotto questo profilo, il ticket non pregiudicherebbe, ma potrebbe anzi aiutare a preservare le funzioni redistributive proprie del Ssn. Alla luce dei limiti e delle problematiche che caratterizzano l’uso del ticket, un efficace governo della domanda richiede comunque che esso venga affiancato anche da altri strumenti volti soprattutto a responsabilizzare e incentivare i medici prescrittori. Lo sostiene uno studio pubblicato dalla rivista Politiche Sanitarie.

I ticket possono essere strumenti efficaci di controllo della domanda sanitaria? I ticket possono determinare diseguaglianze nell’accesso alle cure? Spiega Vincenzo Rebba del Dipartimento di Scienze economiche dell’Università di Padova e dell’Associazione Italiana di Economia Sanitaria (AIES): “A entrambe le domande si può rispondere affermativamente. L’applicazione dei ticket sanitari pone infatti di fronte al tipico trade-off tra efficienza ed equità che caratterizza le scelte pubbliche. Come sempre, si tratta quindi di calibrare bene lo strumento in modo da sfruttarne al meglio le potenzialità in termini di aumento dell’efficienza e di ridurre al massimo gli effetti negativi sull’equità. Il ticket è solo uno dei possibili strumenti di governo della domanda sanitaria e che non dovrebbe essere usato con l’obiettivo principale di finanziare la spesa sanitaria ma con la finalità di responsabilizzare gli utenti circa il costo dei servizi erogati, incentivandoli a contenere i consumi sanitari inappropriati e di limitata efficacia. Si è anche visto che, benché la domanda di prestazioni sanitarie sia di fatto determinata dai medici, l’effetto incentivante del ticket non venga del tutto eliminato. Tuttavia è difficile separare, nel concreto, i casi del consumo sanitario a bassa produttività di salute da quelli del consumo necessario di prestazioni sanitarie. Occorre quindi cercare di minimizzare l’errore di una riduzione indiscriminata dei consumi sanitari (che colpisca anche le prestazioni essenziali) provocata dall’applicazione dei ticket in modo da limitare gli effetti negativi in termini di accesso ai servizi e di salute della popolazione. A questo riguardo, indicazioni interessanti per calibrare i ticket sembrano venire dal nuovo approccio value-based cost sharing (Pauly e Blavin, 2008) secondo cui i livelli di compartecipazione incentivanti non sono sempre correlati positivamente con l’elasticità al prezzo della domanda (come indicato dalla teoria standard) ma vanno individuati anche sulla base delle evidenze empiriche di efficacia clinica e di costo-efficacia delle prestazioni osservate per specifici gruppi di pazienti. Prendendo spunto dal nuovo approccio, una possibilità che si ritiene utile esplorare è quella di vincolare una parte del gettito dei ticket al finanziamento di agenzie pubbliche di valutazione della costo-efficacia di nuovi farmaci e di nuove procedure diagnostiche e terapeutiche. In questo modo si potrebbero ridurre le distorsioni legate all’utilizzo del ticket come strumento di finanziamento”. Le misure di compartecipazione adottate nei diversi paesi, pur essendo piuttosto differenziate, sembrano rispondere in molti casi all’esigenza di limitare gli effetti indesiderati del ticket. Il ricorso al copayment risulta generalizzato nel caso dei farmaci (dove appaiono più diffusi i fenomeni di sovraconsumo ed è relativamente più agevole discriminare le componenti non essenziali e di conforto) mentre è relativamente meno diffuso per quanto concerne le prestazioni diagnostiche, le visite specialistiche e soprattutto i ricoveri ospedalieri. Per ridurre l’impatto negativo del ticket sull’accesso ai servizi essenziali da parte delle persone con elevato rischio di salute e con ridotta capacità economica, i paesi con sistema sanitario pubblico fanno largo ricorso a esenzioni e abbattimenti per patologia e per reddito. Nel caso specifico dell’Italia, la prospettiva di un’accentuazione dell’autonomia delle Regioni con il federalismo fiscale pone anche il rischio di un aumento delle disuguaglianze territoriali nell’accesso ai livelli essenziali di assistenza che, a nostro avviso, va limitato definendo una base nazionale di regolazione dei ticket che, pur lasciando margini di applicazione differenziata, stabilisca tetti all’incidenza delle compartecipazioni e fissi criteri di salvaguardia per l’accesso ai Lea.

Fonte:
Rebba V.I ticket sanitari: strumenti di controllo della domanda o artefici di disuguaglianze nell’accesso alle cure? Politiche Sanitarie 2009; 10(4): DOI 10.1706/473.5587.

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