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Utilizzare bene il Pnrr per ridurre le disuguaglianze

È stato presentato ieri il XVII Rapporto Sanità, elaborato dal elaborato dal Centro per la ricerca economica applicata in sanità (Crea ) dell’Università Tor Vergata di Roma, che mette in luce come il tema delle disuguaglianze sia oggi ancora più cogente di sempre a causa dell’impatto della pandemia sui più fragili. Come è stato già ampiamente argomentato nei giorni scorsi, la pandemia in atto ha evidenziato senza possibilità di dubbio la grave questione della disuguaglianza. Disuguaglianza economica, sociale e sanitaria. A questo riguardo, riecheggiano ancora una volta le parole di Sir Michael Marmot – autore del volume La salute disuguale. La sfida di un mondo ingiusto pubblicato da Il Pensiero Scientifico Editore – che ha sempre sostenuto come la povertà non rappresenti per nessuno un destino e che nulla di ciò che riguarda le iniquità di salute sia realmente inevitabile. In altri termini, a fronte dell’aumento del divario tra ricchi e poveri causato dalla pandemia, diventa ancora più evidente come l’utilizzo corretto del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) sia doveroso innanzitutto per contrastare la palese e ingiusta differenza nella distribuzione della salute che è sotto gli occhi di tutti.

Per il prossimo anno, si legge su Panorama Sanità, c’è da aspettarsi “un ulteriore peggioramento degli indicatori di equità, soprattutto di quello del disagio economico, a causa del fenomeno delle rinunce e/o di un possibile maggior ricorso da parte dei ‘meno abbienti’ a strutture specialistiche private, dovuto alla sospensione delle attività non urgenti nelle strutture pubbliche”. Secondo l’analisi fornita dal XVII Rapporto Sanità del Crea , l’impatto della pandemia sulle strutture del Servizio sanitario nazionale (Snn) è stato dirompente, in particolare per quelle ospedaliere. Durante la prima ondata, nelle Regioni con maggiore incidenza di contagi, sono state soprattutto le terapie intensive ad andare in crisi; mentre, durante la seconda ondata, la pressione ha riguardato anche i cosiddetti letti ordinari, dal momento che, per far fronte al dilagare dell’emergenza, interi reparti sono stati riconvertiti a posti covid. A farne le spese sono stati i pazienti con patologie diverse dal covid, ma ugualmente bisognosi di assistenza. Inoltre, occorre tenere presente che un elemento peggiorativo peculiare consiste nella diminuzione dei tassi di ospedalizzazione senza precedenti storici, che ha portato l’Italia ad essere il Paese europeo con il più basso livello di ricorso al ricovero in acuzie.

In particolare, spiega il Rapporto Sanità, l’Italia è il Paese dell’Unione europea che in rapporto alla popolazione fa minore ricorso all’ospedalizzazione e ciò ha comportato una progressiva chiusura di posti letto, sebbene con una significativa variabilità regionale. Tuttavia, i tassi di occupazione dei letti rimangono in media su livelli che non sembrerebbero indicare un particolare rischio di stress sul lato dell’offerta, se non fosse che la distribuzione non è affatto omogenea. Inoltre, il nostro Paese presenta una notevole carenza di organici: non solo infermieri, ma anche anestesisti e rianimatori.

Sembra dunque evidente che si debba rimettere mano alla programmazione dell’offerta sanitaria, privilegiando nuove forme di flessibilità organizzativa e redistribuzione dei posti letto, piuttosto che diffusi incrementi dell’offerta attuale.  Inoltre, “un’attenta pianificazione del sistema dal punto di vista degli ingressi di personale, anche alla luce delle previsioni sulle uscite future e sul ruolo che la tecnologia potrà giocare nell’imminente futuro, non è differibile.”

L’elemento strategico per l’evoluzione del Ssn italiano è attualmente quello della implementazione del Pnrr, che porta risorse per investimenti senza precedenti. Il Pnrr è una occasione irripetibile, il cui esito sarà quello di rilanciare il Paese, ma – secondo il Rapporto del Crea – potrebbe anche essere disastrosa qualora le scelte di investimento fossero quelle sbagliate. Infatti, l’Italia “uscirà dalla pandemia con un livello di indebitamento elevatissimo, a cui contribuirà ulteriormente il Pnrr, nella misura in cui le risorse previste nel Piano genereranno debito per circa due terzi del loro ammontare”. Gli esiti del Pnrr saranno, quindi, un successo, “solo se insieme al miglioramento (auspicabile) della capacità di tutela della salute del Ssn, si creeranno le condizioni perché il sistema rimanga sostenibile e si riducano le disuguaglianze geografiche.” In sintesi possiamo dire che tali condizioni consistono nel rispetto dei tempi concessi per la realizzazione del Piano, che sono molto stretti; nel necessario sveltimento della pubblica amministrazione, che dovrà rendere più agili e virtuosi i percorsi amministrativi;  nell’attenzione a non aggirare le criticità bensì ad ottimizzare i processi: per rispettare i tempi non si dovrà in alcun caso cedere alla tentazione di contrarre o depauperare le fasi di progettazione e valutazione che sono essenziali per evitare che le risorse vadano sprecate.

Dobbiamo ricordare, infine, che – come si legge su Panorama Sanità – “il debito che si genera potrà essere ripagato, senza lasciare oneri ‘non etici’ sulle future generazioni, solo aumentano l’efficienza dei processi, ovvero incentivando una maggiore crescita economica (la storia recente ci dimostra come sia socialmente impossibile ridurre il debito in condizione di stagnazione economica…). Da questo punto di vista, sarebbe auspicabile che un maggiore decentramento e coinvolgimento regionale e locale nella definizione delle priorità di investimento, fosse controbilanciato da un sistema trasparente di valutazione dei risultati, sia attesi ex ante, sia conseguiti ex post. Risultati che vanno però declinati in termini sia di contributo alla tutela della salute, come anche di incremento dell’efficienza dell’erogazione dei servizi, e (assolutamente non da ultimo) di contributo alle prospettive di crescita economica del Paese”.

Erica Sorelli
Ufficio Stampa Il Pensiero Scientifico Editore

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