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Viaggiando con Dante nella relazione di cura

Sandro Spinsanti, uno degli autori più prolifici del Pensiero Scientifico Editore – che dopo ben cinque titoli pubblicati si appresta a mandarne in stampa un sesto che uscirà a fine gennaio – ha recentemente scritto un articolo molto stimolante per Recenti Progressi in Medicina, la storica testata della casa editrice. Il tema di fondo è sempre quello di come la medicina narrativa costituisca l’approccio più efficace per mettere in piedi una relazione di cura basata sull’ascolto e sulla fiducia.

In questo articolo, l’autore segue il fil rouge della Commedia dantesca per percorrere un immaginario cammino attraverso il quale medico e paziente possono prendere Dante come guida per compiere il loro “viaggio nella relazione di cura e nella comprensione della malattia, attraversando l’inferno del dolore e della solitudine, passando per la scalata al monte del purgatorio alla ricerca della guarigione, ovvero – come ci sembra ovvio – del paradiso.” Al termine di questo cammino, scopriremo “di potervi entrare solo se diamo il giusto valore al racconto della nostra vita, che include inevitabilmente il morire. Il saper morire non è in contraddizione con la salute, anzi, possiamo definirlo come il coronamento più alto di una vita sana vissuta nella sua pienezza.”

Secondo Spinsanti, “i percorsi nel territorio dello star male possono assumere profili infernali, purgatoriali o paradisiaci. La medicina narrativa ci aiuta a scoprire quelle condizioni nel modo in cui affrontiamo il percorso di cura.” La condizione di malattia che ci viene spontaneo correlare con l’universo dantesco è quella infernale, spiega l’autore, ma “l’inferno è ciò che aspetta coloro che hanno perso la speranza di poter evadere.” Con l’ausilio della medicina narrativa, invece, sarà possibile mettersi in ascolto della persona malata rispondendo alle sue grida di dolore e di disperazione con manifestazioni concrete di solidarietà scevre da qualsiasi tentazione di giudizio.

In questo modo, il medico potrà assumere “quella posizione di assoluta neutralità nei confronti del profilo morale delle persone, astenendosi dal colorare con i propri giudizi la fisionomia di chi chiede aiuto”, che costituirà per il paziente la garanzia della esigibilità del suo diritto alla cura.

Continuando a seguire il filo della narrazione dantesca, la relazione di cura basata sui dettami della medicina narrativa consente al paziente di ascendere al monte della purificazione, perché – come spiega Spinsanti – “la praticabilità della via purgatoriale dipende da una condizione previa: che la cura sia intesa in modo ampio, che trascenda la semplice rimozione dei sintomi o il ritorno allo stato di salute precedente (restitutio ad integrum). Perché il ‘purgatorio’ richiede un’ascesa nella consapevolezza e parallelamente una profonda rivisitazione delle categorie di salute/malattia/guarigione.”

Del resto, prosegue l’autore nel suo articolo, “uno dei racconti più eloquenti della presa di coscienza che il problema consisteva nello stato di salute, più che in quello di malattia, è quello che ha lasciato Tiziano Terzani in ‘Un altro giro di giostra’, riferendo del percorso di consapevolezza legato alla sua patologia oncologica: «Cominciai a prendere quel malanno come un ostacolo messomi sul cammino perché imparassi a saltare. La questione era se ero capace di saltare in su, verso l’alto, o solo di lato o, peggio ancora, in giù. Forse c’era un messaggio segreto in questa malattia: m’era venuta perché capissi qualcosa! Da anni avevo cercato di uscire dalla routine, di rallentare il ritmo delle mie giornate, di scoprire un altro modo di guardare le cose, di fare un’altra vita. Ora tutto quadrava. Anche fisicamente ero diventato un altro»”.

Per liberarci dall’imperfezione connaturata alla condizione umana è dunque necessaria una fatica intelligente e durevole, che non tutti gli esseri umani sono disposti ad affrontare. Per questo, quando la medicina narrativa ce li presenta, li accogliamo con gratitudine. Giungiamo così alla terza cantica della Divina Commedia, in cui “ancora una volta siamo invitati ad allargare il nostro sguardo, ponendo l’orizzonte paradisiaco non oltre il confine della vita corporea, sotto forma di vita eterna e immateriale, ma entro la vicenda stessa del corpo.” Perché proprio nel letto dove si consuma l’ultimo tratto di strada nella vita, l’uomo che ha saputo vivere con consapevolezza può dar prova della sua più profonda adesione alla condizione umana, riuscendo a “saper morire”.

“Per quanto ci appaia paradossale e lontano dal linguaggio comune, il saper morire non è in contraddizione con la salute; anzi, lo possiamo definire come il più alto coronamento di una vita sana nella sua pienezza”, conclude Spinsanti.

Erica Sorelli
Ufficio Stampa Il Pensiero Scientifico Editore

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