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Codifichiamo in modo uniforme

È uscito recentemente, per i Tipi del Pensiero Scientifico Editore, un volume dedicato ai “DRG in Oncologia Medica”, di cui lei è coautore assieme al collega Marino Nonis, entrambi direttori sanitari. A distanza di oltre 15 anni dall’introduzione dei DRG in Italia, perché avete avvertito l’esigenza di redigere un nuovo testo sulla corretta codifica della Scheda di Dimissione Ospedaliera (SDO)?

La corretta codifica della SDO è u­n tema estremamente attuale, soprattutto in ragione del nostro “curioso” federalismo, fenomeno tutto italiano. Infatti, a parte i princìpi generali di codifica ICD-9-CM statuiti dal DM 27 ottobre 2000, n. 380 (un po’ la “bibbia” del medico codificatore specie se, disgraziatamente, si finisce davanti a un giudice…), le regole specifiche per ciascuna disciplina medica e chirurgica sarebbero dovute essere stabilite, di comune accordo, in una serie di documenti vagliati in seno alla Conferenza Stato-Regioni. Così accadde, in effetti, nel 2002 (Linee guida del 6 giugno 2002, rep. atti n. 1452, ndr).

E poi cosa avvenne?

Che dal 2002 in poi non vi fu nessuno aggiornamento fino al 29 aprile 2010, quando la Conferenza Stato-Regioni finalmente rielaborò e integrò il documento del 2002. Ma ormai il “danno” era compiuto…

A cosa si riferisce esattamente?

Mi riferisco al fatto che numerose Regioni (Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia, Piemonte, Veneto, Basilicata, Umbria, solo per citarne alcune), non vedendo concretizzarsi il tanto auspicato aggiornamento a livello centrale, hanno ritenuto opportuno stilare delle proprie linee guida regionali per fornire una risposta ai numerosi quesiti (o vere e proprie “questioni”) di codifica che pian piano emergevano, soprattutto nell’ambito dei controlli esterni regionali.

Perché fu un “danno”?

Perché se da un lato queste esperienze regionali hanno rappresentato certamente un momento di crescita culturale, dall’altro vi sono stati diversi casi in cui, per una medesima procedura chirurgica o descrizione di case-mix, si è ricorsi a differenti “soluzioni” di codifica. In questo modo si è delineato un modus operandi difforme che ha in parte inficiato la bontà del sistema sia da un punto di vista statistico-epidemiologico sia in termini di distribuzione delle risorse.

Mi immagino allora cosa possa succedere in una nazione “federalista” per antonomasia quale gli Stati Uniti…

Esattamente il contrario: negli Stati Uniti, infatti, i Centers for Medicare & Medicaid Services (CMS) effettuano l’aggiornamento del sistema, a livello centrale, con cadenza semestrale…

Un’ultima domanda: come mai avete voluto analizzare proprio l’ambito oncologico?

Per una serie di ragioni. Prima di tutto i DRG sono un sistema iso-risorse, motivo per cui poco ci dicono in termini di severità clinica del case-mix e ciò va a discapito proprio delle casistiche che assorbono maggiori risorse quali, per l’appunto, i ricoveri di area oncologica; l’elevato costo dei trattamenti e delle terapie farmacologiche di ultima generazione, inoltre, impongono una maggior attenzione in fase di codifica, proprio per scongiurare potenziali e dannosissimi fenomeni di downcoding; infine, proprio in campo oncologico, sono numerosi i casi di istruzioni di codifica differenti in virtù delle diverse indicazioni dettate dalle linee guida regionali: vedi i casi dei ricoveri oncologici finalizzati alla gestione della cachessia neoplastica, oppure per chemioembolizzazione o, ancora, per il trattamento delle metastasi ossee. Chissà se anche da queste discrasie non maturi il pensiero di qualche tecnico o decision maker della Sanitàsecondo cuila logica del regionalismo, in taluni contesti, comporti più svantaggi che opportunità. A titolo di esempio, senza scomodare troppo i nostri “amati” codici, penso alla manifesta illogicità di predisporre 22 diversi piani regionali sulle vaccinazioni.

18 aprile 2012

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