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Diciamolo chiaramente: l’accessibilità è un problema reale

Giorgio Bignami, già Istituto Superiore di Sanità, su “Diciamolo chiaramente. Testi, immagini, poster e powerpoint per una comunicazione medico-scientifica efficace"
Nel 1455, dopo vari anni di prove preliminari, un indebitatissimo artigiano di Magonza rispondente al teutonico nome di Johannes Genfleisch zur Laden zum Gutenberg procedeva alla produzione del primo libro a stampa della storia, la celeberrima Bibbia Mazarina. Nel 2005, cioè nel 550° anniversario di questo rivoluzionario avvenimento, si può affermare che nessuna delle innumerevoli innovazioni tecnologiche nei procedimenti di redazione e di stampa di testi da Gutenberg in poi è stata così radicale come quelle avvenute di recente, nel giro di pochissimi anni: cioè da un lato la computerizzazione integrale della scrittura, della grafica, della riproduzione fotografica; dall’altra il sempre più frequente affiancarsi alle tecniche “pesanti” – a base per esempio di cianografica, con successiva incisione della lastra per stampa offset – dei sistemi di stampa digitale, i quali ora consentono una modulazione quantitativa e temporale delle tirature che cancella le rigidità tradizionali dei processi editoriali. E se tali cambiamenti hanno investito tutta l’editoria, la loro rilevanza appare ovviamente massima per l’editoria tecnica, e in particolare per quella medico-scientifica, la quale deve rincorrere un ricambio sempre più frenetico di informazioni che diventano rapidamente obsolete.

Alla redazione e alla “lavorazione” editoriale di testi medico-scientifici di varia natura – dalla smilza “Letter to the Editor” alla serie germanicamente ponderosa di monografie, con tutti gli intermedi possibili e immaginabili – sono efficacemente dedicati i sette saggi di questo “Diciamolo chiaramente” (Roma, Il Pensiero Scientifico Editore, 2004, ndr) preceduti da tre suggestive introduzioni su vari aspetti della comunicazione scientifica, seguiti da un utilissimo Glossario dedicato a oltre 200 termini noti e meno noti. In un dinosauro come il vostro recensore, con oltre quarant’anni di attività di ricerca nella seconda metà del secolo passato seguiti da ben sette anni di quiescenza, l’attenta lettura di questo manuale inevitabilmente provoca una serie di reazioni contrastanti.

La prima reazione è il doloroso ricordo dei lunghi decenni di penosi apprendimenti – “per prova ed errore”, come recitano i sacri testi di psicologia sperimentale – proprio di quelle cose che sono a portata di mano in questi saggi. In secondo luogo, si deve constatare come le modifiche dell’editoria non facciano eccezione a una regola ferrea: cioè che non vi è progresso pur strepitoso che non si porti appresso un fastidioso seguito di quelli che i sociologi chiamano “effetti perversi“. Per esempio, nell’ultimo saggio che illustra il processo editoriale (Luca De Fiore e Alessio Malta) si spiega come il marketing tradizionale delle riviste scientifiche sia progressivamente spodestato con la strategia del cuculo, direbbe il capo-redattore etologo, dai cosiddetti “aggregatori di contenuto”: cioè da sistemi basati su di una preselezione tutt’altro che neutrale delle informazioni fornite a quella stragrande maggioranza di utenti che non sono in condizione di effettuare verifiche dirette nel maremagno di fonti sempre più sterminate. (Per incidens, molte analisi condotte in altre sedi mostrano che ciò vale anche per i motori di ricerca: questi infatti si basano principalmente o esclusivamente sulle frequenze statistiche di consultazione degli innumerevoli siti dedicati a ogni dato argomento, col rischio non trascurabile di omettere proprio l’informazione che potrebbe esser più utile a un dato interrogante). In altri tempi il problema era diverso: o si restava in larga misura disinformati, o si aravano palmo a palmo, giorno dopo giorno, gli scaffali delle biblioteche, facendo il pendolo tra fonti primarie e “intermediari” minimamente selettivi come i Chemical Abstracts, gli Excerpta Medica (assai più completi di Index Medicus) e altri più specialistici, ma non meno benemeriti, per esempio, nell’esperienza di chi scrive, quegli Psychopharmacological Abstracts che frugavano nei più intimi recessi della letteratura in lingua russa, turca o romena e di cui è ormai svanito persino il ricordo (interessante notare che in tempi più illuminati essi vennero generosamente finanziati per molti anni dal governo statunitense, ma poi sacrificati insieme ad altri utili strumenti sull’altare di spese politicamente più redditizie, anche se forse politicamente meno corrette).

A questo punto non si tenterà di fornire un riassunto dei vari saggi, dato che questi vanno letti e meditati dal maggior numero possibile di addetti ai lavori, e non soltanto dai principianti. Può invece essere utile indicare per ciascun saggio qualche punto non interamente condivisibile e/o qualche omissione, indicazioni che a discrezione degli autori possono servire per i successivi aggiornamenti di un manuale che indubbiamente merita il successo dei leggendari Hoepli. Nei primi due saggi di Luca De Fiore, per esempio, riguardanti i processi di redazione da parte degli autori e di comunicazione tra questi, gli editori e i lettori, così come in quello successivo di Bianca Maria Sagone, su come scrivere un testo medico-scientifico, si trovano ampie sezioni coraggiosamente dedicate a problemi anche spinosi, come quelli dell’etica scientifica, quindi il plagio, la frode, gli imbrogli di varia natura sulla scelta e sull’ordine di elencazione degli autori (secondo i pareri più autorevoli, come quello del noto genetista di Harvard Richard Lewontin, questi ultimi costituiscono complessivamente la maggior fonte di danno alla credibilità della letteratura scientifica); e poi quelle distorsioni quasi impercettibili sia nella impostazione dei lavori, sia nella esposizione e discussione dei risultati, attraverso le quali si promuove una certa tesi penalizzandone altre (tale argomento è sistematicamente sviscerato nell’analisi severa di Marco Bobbio sui conflitti di interesse, appena recensita su queste colonne, Ann Ist Super Sanità 2004; 40(4): 517-20). Tuttavia non si affronta il problema dei rapporti spesso travagliati tra autore/i, editor (cioè non l’editore, ma il direttore scientifico di rivista o di collana) e referee (cioè i revisori spesso ma non sempre coperti da anonimato). Ora questo rappresenta uno degli apprendimenti più lenti e difficili per il giovane ricercatore, che deve barcamenarsi tra lo Scilla di reazioni troppo vivaci (e quindi potenzialmente suicide) alle critiche portate al proprio lavoro e il Cariddi di una remissività pecorina, altrettanto suicida, di fronte ad attacchi non di rado ingiustificati, quando non addirittura interessati e strumentali: per esempio, da parte di un revisore che vedendo invaso il suo orticello lo difende unguibus et rostris; per non parlare del nevrotico a sfondo narcisistico-sadico, che è troppo insicuro per affrontare questioni di sostanza e quindi si sfoga con varie vessazioni (cioè se trova una figura immancabilmente chiede di convertirla in tabella, mentre se avesse trovato per gli stessi dati una tabella, avrebbe imperiosamente comandato di convertirla in figura; se legge “zuppa” propone “pan bagnato”; e così via, rigo dopo rigo, ricominciando magari a rugare da capo nelle successive revisioni).

Ora, come hanno assai convincentemente dimostrato Bruno Latour e Steve Woolgar nel loro memorabile Laboratory life: the construction of scientific facts ( del 1979; ma v. la seconda edizione con integrazioni, Princeton University Press, Princeton, NJ, USA, 1986), in base a un lungo studio quasi-etologico dei comportamenti di ricercatori, tecnici e addetti di segreteria scientifica nel laboratorio californiano del futuro Premio Nobel Roger Guillemin, l’attività di ricerca e le relative pubblicazioni sono mirate soprattutto a una “modifica delle iscrizioni” (meglio sarebbe tradurre con “epigrafi” il termine inscriptions, identico in inglese e nella lingua del primo autore nella quale ha conservato anche il significato storico che si trova per esempio in quella prestigiosa Académie des Inscriptions degli storici-paleografi-epigrafisti); cioè in termini meno paludati, a sostenere che “quel che dico io vere dignum et justum est, aequum et salutare, quel che dite voi invece è sbagliato e fuorviante, o almeno impreciso; e se per caso diciamo la stessa cosa, io l’ho detta o la sto dicendo per primo/a”. Tale obiettivo, ovviamente previo l’ottenimento di dati validi e significativi come condizione necessaria ma non sufficiente (non stiamo qui parlando né di frode né di vendita di fumo), si raggiunge il più delle volte solo attraverso un logorante percorso di contrattazione tra autore, revisori ed editor: un percorso nel quale l’autore sostiene in prima battuta che un dato oggetto è bianco, non nero come si è sempre creduto, e il revisore risponde più o meno civilmente “non posso esser d’accordo, this statement is too strong“. Quindi il primo replica aggiustando il tiro col minimo di modifiche sostanziali e nel minor tempo possibile (soprattutto se sospetta, con buona ragione o paranoidalmente, che l’interlocutore stia prendendo tempo per completare i suoi esperimenti e pubblicare i suoi dati); sinché dagli oggi e dagli domani, dopo due, tre, quattro o più va-e-vieni, se nessuno perde la testa né bara sfacciatamente, si giunge all’accordo su una qualche sfumatura di grigio – più vicina al bianco o più vicina al nero, a seconda dei casi – e il lavoro può finalmente avviarsi alla pubblicazione.

Procedendo al successivo saggio sulla scrittura alternativa – cioè quella destinata a canali diversi ai media “ufficiali”, come le riviste scientifiche, i trattati, le monografie – che in diverse sezioni tratta esaustivamente del settore essenziale ma poco “remunerativo” della letteratura grigia (Paola De Castro e Sandra Salinetti), di quello in rapido movimento della scrittura per il Web (Norina Wendy Di Blasio), del “vivere pericolosamente” di chi deve gestire un Ufficio stampa (Mirella Taranto), di quelle attività di divulgazione che spesso sono esposte simultaneamente a opposte critiche (troppo tecnico e astruso, troppo semplificato e banalizzato; Carla Massi), infine della informazione al paziente, anch’essa spesso nel mirino di cecchini i quali la giudicano carente ai fini di un consenso genuinamente informato, oppure fuorviante sotto il profilo delle pressioni che poi il paziente esercita sul medico (Manuela Baroncini), si possono anche qui rispettosamente proporre alcune integrazioni migliorative. Nella prima sezione, per esempio, non guasterebbe una menzione dei dati che mostrano il diversissimo peso della letteratura grigia a seconda dei settori: un peso che è praticamente nullo nelle discipline più “dure”, come la biologia molecolare, invece assai più elevato in quelle più soft, ma di importanza crescente, come la psicologia, la sociologia e la antropologia medica (sino al dernier cri della narrative medicine e degli usi delle descrizioni letterarie di problemi medici firmate da non medici più o meno illustri: v. per esempio, di Vito Cagli, il recente Malattie come racconti, Roma, Armando Editore, 2004). Nella penultima sezione si potrebbe illustrare la diversa natura dei “prodotti” che escono dalla penna dei giornalisti scientifici o viceversa da quella di “addetti ai lavori” medico-scientifici i quali svolgono una attività ora saltuaria, ora torrentizia, come divulgatori (solo tardivamente, si noti, i primi si sono finalmente avviati a raggiungere in Italia uno status confrontabile a quello dei loro colleghi in altri paesi, come il leggendario Daniel S. Greenberg di Washington, per molti anni proprietario e redattore del bollettino Science & Government Report e inoltre autore di classici come Science, Money and Politics, The University of Chicago Press, 2001).

Nei capitoli peraltro chiari e ben organizzati sul corredo del testo (Manuela Baroncini e Norina Wendy Di Blasio) e sulla comunicazione congressuale (Norina Wendy Di Blasio), molto spazio è dedicato alle illustrazioni convenzionali o informatizzate e allo stile di esposizione. Tuttavia non si trova un esplicito avvertimento su quelle combinazioni di colori che sono irriconoscibili dai daltonici, i quali costituiscono una quota piccola ma non trascurabile di qualsiasi aggregato di umani (quelli che passano col rosso; quelli che non distinguono fra il blu e il giallo e quindi in Svezia si ritrovano con una bandiera nazionale “monocolore”; quelli che al funerale di qualche congiunto del bilioso capufficio si giocano la carriera sfoggiando una sgargiante cravatta rosso scarlatto). Così anche manca l’avvertimento di mantenere una distanza inderogabilmente costante tra le labbra e il microfono, come i cantanti, onde evitare la penalizzazione dei numerosi soggetti con vari gradi di ipoacusia, una regola sistematicamente violata da almeno il 50% dei nostri Ciceroni e Demosteni; per non parlare di quella ulteriore percentuale che in un’aula, magari magna, è capace di esordire con un “ma facciamo a meno del microfono, intanto mi sentite tutti”.

Infine da qualche parte nei capitoli che più si occupano del ruolo di editori ed editor (cioè i primi due e l’ultimo) andrebbe accennato al problema rapidamente ingravescente della letteratura “sokalizzata”, termine che viene dalla celebre truffa di Alan Sokal, del 1996, ai danni della rivista Social Texts (v. la ricapitolazione della vicenda nella nota di Roberto Casati “Bufala continua – Allarme, la sokalizzazione incombe”, Il Sole 24 Ore del 1/5/05, p. 37). Infatti aumenta ogni giorno la circolazione e spesso la pubblicazione di testi pseudoscientifici che grazie a una apparente perfezione formale riescono a superare i filtri editoriali, facendo sghignazzare il colto e l’inclita e pericolosamente screditando le migliori riviste, i loro editori e soprattutto i loro editor e referee. Con la circolazione di appositi software per la produzione di testi sokalizzati, i danni rischiano di raggiungere rapidamente la dimensione di quelli provocati dagli hacker, il che potrebbe esigere radicali mutamenti in quelle strategie di valutazione dei testi che sono rimaste mediamente efficaci almeno per tutta la seconda metà del secolo passato.

Per il resto, il numero di errori tipografici è abbastanza contenuto (ma diverso da zero) e le sviste sono ragionevolmente rare: per esempio, la salami science è correttamente definita nel glossario, ma non nel testo, dove si dice che essa è la pubblicazione ripetitiva degli stessi dati, anziché il frazionamento indebito di un dato corpo di dati in più pubblicazioni (p. 16). E consumando altro spazio molte altre osservazioni si potrebbero fare, soprattutto in positivo, su questo utilissimo lavoro a più mani che ci si augura di rivedere con integrazioni ed emendamenti in successive edizioni: proprio perché si tratta di mani ciascuna esperta del suo particolare ouvrage e tutte insieme artefici di uno strumentario particolarmente completo e appropriato per chiunque debba apprendere a tradurre in pubblicabili “iscrizioni” (poi, auspicabilmente, eterne epigrafi) il prodotto delle sue fatiche scientifiche – o ignominiosamente perire.

 
Recensione pubblicata sugli Annali dell’Istituto Superiore di Sanità 2005, vol. 41, n. 1, pp 133-135 (PDF: 1.33 Mb)

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