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Due grandi eversori

 
 
coverNell’ Introduzione alla psicoanalisi(1915-17), 18ª lezione, e in Una difficoltà della psicoanalisi(1916), Freud rilevò che la scienza inflisse tre grandi mortificazioni alla megalomania dell’uomo: la cosmologia di Copernico decentrò la terra e la ridusse a un granello di sabbia in un universo immenso; la teoria di Darwin spodestò l’uomo dal trono che pretendeva gli fosse stato assegnato sulle creature, e lo concepì come una delle tante forme biologiche nel divenire dell’evoluzione; la psicoanalisi mostrò che il soggetto "non è padrone in casa propria", dato che non può domare completamente le proprie pulsioni e che può disporre solo di percezioni incomplete e inattendibili dei propri processi psichici, in quanto inconsci. Ma non è solo il consapevole porsi come nodo cruciale nella storia della cultura ciò che collega Darwin a Freud: la psicoanalisi ha potuto essere concepita solo a partire da un’elaborazione delle concezioni evoluzionistiche, così che la sua stessa struttura specifica di disciplina scientifica scaturisce dalle concezioni darwiniane.

Già al liceo il giovane Freud si entusiasmò alle nuove teorie, tanto da affermare nell’Autobiografia (1924) che fu soprattutto il pensiero di Darwin, oltre a quello di Goethe, a indirizzare le sue scelte professionali e di studio. È difficile, ai giorni nostri, farsi un’idea dell’effetto dirompente avuto, sull’insieme della cultura dell’epoca, dalle teorie evoluzionistiche, cui Darwin diede una base scientifica con accurate osservazioni e con una concezione non teleologica n volontaristica del divenire. Salutate entusiasticamente dagli uni (per esempio, il lucido Huxley; l’appassionato divulgatore Haeckel, coniatore dei termini ontogenesi e filogenesi; il rigoroso Claus, primo grande maestro di Freud, la cui importanza formativa viene qui rivalutata) come illuminanti idee per una gigantesca sintesi che dava senso unitario ai più disparati fenomeni morfologici e funzionali, avversate dagli altri (non solo benpensanti o bigotti, ma anche fior di scienziati, quali, per esempio, il sistematico Agassiz; il geniale Claude Bernard, fondatore della medicina scientifica; il grande Pasteur) come infondate sciocchezze di menti bizzarre; esse suscitarono violente controversie che travalicarono gli ambiti scientifici. È nota la battuta ”inglese" di quel vescovo anglicano che s’informava se Darwin discendesse dalle scimmie per parte di padre o di madre.

Il fatto è che non era messa in crisi soltanto una millenaria dottrina scientifica (il creazionismo), n soltanto i suoi risvolti religiosi (le sacre scritture declassate a prodotto culturale umano), ma era la stessa metafisica a vacillare, coi suoi concetti di sostanza e di essenza: dove andava a finire la famosa "cavallinità" dei filosofi? Si trattava, laico coronamento della svolta illuministica, della riaffermazione in chiave scientifica del "Tutto scorre" di Eraclito, la vittoria del divenire sull’essere che radicalmente mutò ogni prospettiva. La storia, come scienza del cambiamento, divenne centrale anche nelle scienze della natura, oltre che nelle scienze dell’uomo.

Ma va sottolineato che, con l’affermarsi delle concezioni evoluzionistiche, la persistenza cominciò via via ad apparire ancora più problematica della variazione, e la storia andò così progressivamente delineandosi non solo come scienza del cambiamento, ma anche come scienza della persistenza. E tutta la concezione dell’esistenza, individuale e sociale, veniva così rivoluzionata.
Darwin, in sostanza, fece della prospettiva storica la base del pensiero scientifico, e Freud, grazie anche al vivace ambiente culturale dell’università viennese in cui ebbe la ventura di trovarsi, fu pronto nell’adottarla, non solo nelle ricerche biologiche e neurofisiologiche, ma anche, in modo originale, in quelle psicologiche.

Con ossessivo puntiglio, fino alla ripetitività e, bisogna dirlo, alla noia, l’autrice, professoressa di psichiatria all’Università di Yale, esperta di storia della scienza e della medicina, moglie di uno psicoanalista, ricostruisce i tramiti diretti e indiretti del passaggio a Freud delle idee di Darwin, rintracciandone applicazioni e rielaborazioni, per concludere che "l’opera di Darwin sembra aver esercitato un forte e positivo effetto su Freud [tanto che] nei suoi scritti compaiono anche gli errori di Darwin" (p. 214), quali la fede nell’ereditarietà dei caratteri acquisiti (che una divulgazione approssimativa erroneamente associò al solo nome di Lamarck); la concezione secondo cui l’ontogenesi (cioè lo sviluppo dell’individuo a partire dai primi stadi embrionali) ricapitolerebbe la filogenesi (cioè il divenire morfologico e funzionale nel corso dell’evoluzione della specie); l’idea che agli albori l’umanità si presentasse come "orda primitiva"; la concezione "energetica" dell’emozione, e quella, connessa, dell’espressione come "traboccamento". È su queste basi errate, infatti, che si fondano gli aspetti e le opere più datate di Freud, quali, per esempio, Totem e tabù (1912-13), Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921) e L’uomo Mosè e la religione monoteista (1934-38).

Ma altri aspetti del pensiero di Freud connessi al pensiero di Darwin, in queste e in altre sue opere, rimangono tuttora validi, come la prospettiva evolutiva adottata nella psicologia, derivante dall’importanza riconosciuta alla storia delle esperienze individuali soggettive nello sviluppo normale e patologico. O come il concetto, centrale in Freud, di conflitto, intrapsichico e relazionale, con il connesso concetto di adattamento attivo (che vedrà successive fortune in alcuni sviluppi della psicoanalisi), derivante direttamente dalla darwiniana ”lotta per la sopravvivenza". E dalla "selezione naturale" di Darwin, con i suoi molti corollari, fra cui il riconoscimento del principio secondo cui ogni forma o funzione che appare attualmente priva di significato deve avere avuto nel passato un significato vitale in ambienti diversi da quello attuale, deriva l’interesse di Freud per i fenomeni apparentemente insignificanti, quali i sintomi nevrotici, i sogni, i lapsus e gli atti mancati o sintomatici in genere, il cui significato vitale ha da essere rintracciato a un livello altro rispetto a quello attuale evidente, o direttamente nella storia soggettiva, o negli strati del funzionamento della mente, che, comunque, col passato hanno sempre a che fare. E così, dai tre principi darwiniani relativi all’Espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali (1872) (l’espressione come abbozzo di movimenti utili, per esempio all’attacco, alla fuga o alla sottomissione amichevole: abbozzo di movimenti antitetici per esprimere emozioni antitetiche: traboccamento dell’eccitazione in eccesso), derivano, oltre alla già citata e criticabile concezione "energetica" della vita affettiva, l’interpretazione dell’attacco isterico come abbozzo di gesti utili e significativi in un altro contesto cui quello attuale rimanda.

Ma è negli interstizi del minuzioso sviluppo della tesi del libro che si trovano le cose più interessanti: la descrizione della svolta epocale in fieri nell’intera cultura, scossa dalla nascita e dallo sviluppo, tra loro interconnessi, della biologia evoluzionistica e della psicoanalisi. Moltissime, pur se disseminate senza il meritato rilievo, sono le notizie gustose, come quella che vede Darwin costringere il figlio adolescente a suonare il flauto davanti alle piante di case per saggiarne la sensibilità; o la sua famosa malattia incurabile, che forse era soltanto un’intossicazione cronica da arsenico somministratogli quale ricostituente, come allora era di moda; o l’invito che Darwin rivolse a Haeckel a cogliere anche lui l’occasione della nascita del figlio per compiere un’antesignana "osservazione del neonato"; o l’olimpico Goethe, che bellamente incluse fra le proprie opere lo scritto Sulla natura dello svizzero Tobler; o la sensazionale scoperta di Mueller dell’esistenza di due diverse forme di maschio per una sola forma di femmina nella pulce di mare Orchestia; o la commozione di Freud, che, esule a Londra e malato, nel firmare il libro d’oro della Royal Society che gli veniva, in via eccezionale, portato a casa, vi scorse le firme di Newton e di Darwin.

La mancanza dell’indice analitico può essere in parte perdonata, per il fatto che, insieme con le note e la bibliografia, chiudono il libro quattro pregevoli appendici: sui 20 riferimenti a Darwin nell’opera di Freud (che mai citò Lamarck, pur dovendogli molto); sulle opere di Darwin e su altre opere significative reperite nella biblioteca di Freud a Maresfield Gardens; una raccolta di (preziosissimi!) telegrafici cenni biografici di quasi tutti (152) gli autori citati; un glossario originale, che utilizza e integra quelli redatti da Darwin per la sesta edizione de L’origine della specie (1859, 1872) e da Gould per il suo Ontogeny and Phylogeny (1977).

18 febbraio 2009

 
Recensione pubblicata su L’Indice dei libri del mese, luglio 1992 n. 7, p. 48

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