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Google, la ricerca bibliografica a portata di Rete

 
 
coverPiù della metà dei medici che leggono articoli di medicina sul web li ha trovati grazie a Google. Lo afferma il New England Journal of Medicine citando una ricerca disponibile sul sito MarketingCharts.com (l’articolo è di Robert Steinbrook, Searching for the right search. NEJM 2006;354:4-7). Ne abbiamo parlato con Luca De Fiore, autore di Conoscere e usare Google – Percorsi e scorciatoie per trovare ciò che cerchiamo.


Perch utilizzare Google per la ricerca bibliografica quando esiste uno strumento come PubMed?

Perch sono due strumenti complementari; sarebbe come chiedere perché usare la forchetta quando già abbiamo il coltello. Google è un insieme di strumenti, è una realtà che si è arricchita di una serie di funzionalità che molti non conoscono, ma che sono preziose nel lavoro di ricerca e nella professione. Una delle più utili al medico è Google Scholar, ancora in fase beta, quindi suscettibile di miglioramenti. È specializzata nella ricerca di documenti di tipo accademico. Permette di fare delle interrogazioni mirate e, in certa misura, dà maggiori garanzie di accesso al testo completo degli articoli e non soltanto al riassunto.

Maggiori garanzie?

Al contrario di PubMed, Google Scholar è in grado di cercare anche negli archivi delle università, degli istituti di ricerca, ma anche degli enti privati e delle fondazioni, all’interno dei quali è probabile che i ricercatori abbiano archiviato i propri documenti. PubMed limita la propria ricerca alle riviste indicizzate nella National Library of Medicine statunitense e, quasi sempre, si tratta di periodici di case editrici internazionali che riservano ai soli abbonati alle riviste l’accesso ai full text, mentre gli archivi dei siti istituzionali sono fruibili da chiunque. Scholar riesce spesso a trovare le versioni accessibili.

La ricerca su Scholar è complessa?

Segue gli stessi criteri della ricerca su Google. L’importante è affidarsi alla"Ricerca avanzata" che è meno articolata di quella su PubMed: ha meno criteri di selezione, è più facile da usare per l’utente non esperto e permette di precisare i parametri di ricerca riuscendo a filtrare i risultati ottenendo così un numero più circoscritto di documenti.
 
Altre funzionalità?

Sotto ciascun risultato riporta chi ha citato quel lavoro, quali sono gli articoli collegati e gli autori più citati rispetto a quell’argomento. Sono opportunità che se sfruttate bene dall’utente permettono di trovare informazioni interessanti in tempi più brevi.

Come classifica i risultati della ricerca?

Anche il ranking delle pagine di Scholar segue gli stessi criteri di Google. I risultati più importanti sono quelli che nel web hanno il maggior numero di citazioni. Larry Page e Sergey Brin, i fondatori di Google, hanno scelto questo criterio ispirandosi ai principi dell’impact factor; la valutazione qualitativa dei ricercatori e degli articoli scientifici in base al numero di citazioni è stata in un certo senso"trasferita" alla definizione dei criteri di classificazione di PageRank, l’algoritmo che determina l’ordine dei risultati reperiti per ciascuna interrogazione.

Popolarità e autorevolezza vanno sempre d’accordo?

Popolarità non vuol dire qualità, è un principio che tutti dovrebbero tenere presente. Ma, in questo ambito, quanto più un lavoro è citato tanto più si può ipotizzare che l’impatto di quell’autore o quello studio sulla comunità scientifica sia grande. Comunque i risultati di un motore di ricerca sono sempre da sottoporre a una valutazione critica dei contenuti: questo vale per i documenti che riceviamo da Google e anche per quelli che riceviamo da PubMed, anzi semmai possiamo dire che PubMed propone dei documenti di qualità mediamente inferiore rispetto a quelli proposti da Scholar.

Perch inferiori?

Come dicevamo prima, PubMed permette di cercare in Medline, il database della Biblioteca nazionale della Sanità statunitense e i criteri di inclusione della documentazione scientifica non sono tali da garantire qualità. Spesso le riviste sono periodici"antichi" il cui livello è diminuito nel tempo, oppure riviste ad impronta prevalentemente commerciale, assai influenzate dall’industria farmaceutica.

Google come insieme di strumenti: ce ne sono altri?

Per esempio Google Maps; chiunque lo abbia provato credo non avrà resistito alla tentazione di vedere come appare casa propria vista dall’alto. Comunque si usa in maniera consapevole ed intelligente anche in campo sanitario nella creazioni di mappe per seguire le dinamiche dei focolai epidemici. Straordinario è stato l’uso di Google Maps nel riconoscimento dell’epicentro da cui è partito il virus di Chikungunya, che ha messo in ginocchio gli allevatori di pollame della zona di Ferrara. Penso che Google Maps sia uno strumento chiave per la info-epidemiology, disciplina da poco sistematizzata.

E Google libri?

È una funzionalità che ha creato un pandemonio nel campo editoriale: la società di Palo Alto è stata accusata di voler depredare il patrimonio librario del pianeta rendendolo liberamente accessibile a chiunque e minacciando di conseguenza la possibilità degli editori commerciali di continuare a fare business. Ma l’evoluzione del progetto ha confermato che si tratta di un’opportunità di straordinario rilievo per la conservazione di documentazione e materiali che rischierebbero di andare perduti. Una grande percentuale di libri, una volta esauriti, non viene più ristampata perché non è più conveniente farlo ma si tratta di documenti di eccezionale valore che una volta scansionati e resi fruibili online continuano a vivere e ad essere consultabili da chiunque. Google Books si candida ad essere un archivio nel quale il libro vive aldilà della propria vita di prodotto commerciale.

Solo buone notizie, dunque, dalle applicazioni di Internet alla medicina?

In realtà, anche qualche rischio: soprattutto quello della frammentazione del sapere. Navigando in Rete si pescano frammenti di informazione, ci si nutre di notizie in pillole: bisogna essere capaci di considerare il contesto nelle quali sono state pro-dotte e pubblicate. E questa cornice è così importante per dare senso all’informazione, per tradurla – in altre parole -in conoscenza di cui ci si possa fidare.

Alcuni suggerimenti:
  • Scegliere una terminologia che sia coerente con il risultato che vogliamo ottenere. Se cerchiamo dei documenti sull’“infarto miocardico" destinati al solo pubblico professionale dovremmo utilizzare"myocardial infarction" e non"heart attack". È un esempio banale ma può applicarsi a tutte le discipline mediche ed altri ambiti.
  • Non utilizzare gli operatori booleani (not, and, or, ecc.). Google non ne tiene conto perché sono parole troppo frequenti. Bisogna utilizzare i segni grafici. Se vogliamo associare due termini usiamo il segno"più" (+) se vogliamo escludere una parola dalla ricerca dobbiamo utilizzare il segno"meno" (-) attaccato alla parola che non vogliamo sia considerata (es."myocardial infarction" -heart attack).
  • Utilizzare la tilde per i sinonimi. Nel caso di parole con sinonimi, per ampliare la ricerca possiamo scegliere il nome usato con maggiore frequenza e immediatamente prima senza lasciare nessuno spazio anteponiamo il segno della tilde (~) che si ottiene tenendo premuto il tasto ALT e digitando contemporaneamente i numeri 0126 (es. se cerchiamo linee guida sull’infarto miocardico e non vogliamo escludere altri documenti di consenso digiteremo:"myocardial infarction" ~guidelines).
 
Intervista a cura di Claudia Furlanetto tratta da: Il giornale della previdenza dei medici e degli odontoiatri. Roma: Fondazione Enpam; n. 9, del 24 ottobre 2008 (pp. 14-15)

19 novembre 2008

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