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HTA: a che punto siamo?

 
 
  • Una cultura della valutazione delle tecnologie in Italia, Intervista a Marina Cerbo
  • Health Technology Assessment e industria, Intervista ad Alessandro Liberati
  • Il cammino della cultura della valutazione delle tecnologie in Italia

    Può dare ai nostri lettori una definizione dell’Health Technology Assessment?

    La letteratura concorda nel definire l’HTA un approccio multidimensionale e multidisciplinare che si propone di analizzare le implicazioni medico-cliniche, sociali, organizzative, economiche, etiche e legali di una nuova tecnologia, attraverso la  valutazione di diversi fattori quali l’efficacia, la sicurezza, i costi, l’impatto sociale-organizzativo. Obiettivo della HTA è quello di rendere i processi decisionali, che avvengono a vari livelli del sistema sanitario, più informati, più consapevoli rispetto alle conseguenze potenziali ed effettive che l’adozione di una tecnologia comporta. Naturalmente in questa analisi il termine tecnologia viene inteso in senso ampio, comprendendo le apparecchiature biomedicali, i farmaci, gli interventi medici e organizzativi, nonch i processi di riforma del sistema sanitario, le tecnologie e i trattamenti innovativi, spesso controversi, o soggetti a mutamento. L’obiettivo dell’HTA è quindi, sostanzialmente, quello di consentire scelte informate, basate sulle evidenze scientifiche, per l’introduzione di un’innovazione tecnologica che sia effettivamente in grado di migliorare la qualità dei servizi sanitari a costi ragionevoli.

    L’HTA nasce più da un’esigenza di appropriatezza degli interventi sanitari o di contenimento della spesa e razionalizzazione dei costi sanitari?

    L’HTA è nato e si è sviluppato per rispondere alla duplice esigenza di razionalizzare l’uso delle tecnologie e di controllare la spesa. Si tratta quindi di unesigenza che nasce sostanzialmente da entrambi questi input, perché migliorare i servizi sanitari è un obiettivo al quale tutti i sistemi sanitari tendono; il problema è scegliere le tecnologie più idonee a migliorare quel determinato servizio sanitario in quel determinato tempo e con quelle risorse disponibili.
    La scelta si pone nel senso che ogni sistema sanitario, per un problema di allocazione delle risorse, è chiamato a stabilire delle priorità. A livello di sanità pubblica, per esempio, il problema va affrontato nel momento in cui bisogna decidere se condurre una campagna vaccinale piuttosto che un’altra o uno screening di popolazione piuttosto che un altro. A livello micro, per esempio nella pratica clinica, invece, il problema si può porre quando bisogna scegliere un determinato tipo di tecnologia per la diagnostica per immagini piuttosto che un’altra. Si presenta sempre, quindi, un problema di appropriatezza dell’uso di una tecnologia sia rispetto al raggiungimento di un obiettivo di salute, sia nella decisione di allocare risorse in un’attività piuttosto che in un’altra.

    Le altre domande:

    Lei vede l’HTA come un’attività da svolgere più a livello locale, ossia di Azienda Sanitaria o Azienda Ospedaliera, oppure a livello macro, e quindi nazionale o addirittura europeo?

    Secondo lei, è più importante, ammesso che sia possibile fare una distinzione, riconsiderare le tecnologie, i farmaci, i dispositivi e le apparecchiature diagnostiche che sono attualmente usate in una realtà sanitaria oppure valutare il nuovo?

    Una delle parole chiave attualmente in uso è innovazione. Anche l’AIFA sta cercando di definirla meglio e di proteggere questa parola dagli appetiti industriali. Secondo lei, il termine innovativo merita tutta l’attenzione che gli viene data o dietro questa parola si nasconde qualche mistificazione?

    C’è qualcuno che vede con diffidenza l’attività di valutazione delle tecnologie sanitarie o dell’efficacia dei farmaci perché pensa che possa essere il mercato autonomamente a valutare l’opportunità o meno di una libera introduzione di tecnologie e farmaci nel Servizio Sanitario Nazionale. Lei cosa risponderebbe a un’obiezione di questo tipo?

    Qual è l’attività dell’Agenzia nazionale per i Servizi Sanitari Regionali nel campo dell’HTA?

    L’efficacia di questo programma sarà valutata da indicatori ad hoc?

    Nella vostra esperienza e in letteratura quali sono considerati i fattori che influiscono di più sulla riuscita delle attività di HTA?

    Il coinvolgimento dei cittadini e delle associazioni di pazienti è una vostra priorità?

    E per informare medici e farmacisti di ciò che state facendo, fate qualcosa di specifico?

    Un’ultima domanda sulla realtà italiana. Quali sono gli ostacoli che incontra l’affermarsi della HTA nel nostro Paese?


    Intervista integrale: Il cammino della cultura della valutazione delle tecnologie in Italia (PDF: 141 Kb) su Care 2008; 1: 23-6

     

    Health Technology Assessment e industria: esiste una strada per obiettivi condivisi?

    Sarebbe possibile dare più spazio all’industria nel momento in cui decida di co-finanziare progetti di HTA, invece di farla rimanere soltanto un partner silenzioso?

    Anzitutto ci andrei piano a definire l’industria partner silenzioso. È vero che qui parliamo di HTA invece che più specificamente di ricerca sui farmaci, settore nel quale l’industria è certamente più attiva e tuttaltro che ‘silenziosa’.
    E tuttavia credo che il vero problema sia quello di pensare a questa partnership un po’ più articolata di come la pratichiamo oggi. L’atteggiamento dell’industria e delle istituzioni del Servizio Sanitario Nazionale nel campo della partnership per la ricerca e l’HTA si configura come una specie di ‘congiura dei Pazzi’.
    Da un lato l’industria si vede più come sponsor che come partner. Mette a disposizione fondi o perché ha bisogno di usare la struttura sanitaria per fare ricerca o perché ha un diretto interesse di marketing nella sperimentazione/diffusione di una determinata tecnologia. Dal canto loro le istituzioni del Servizio Sanitario Nazionale non hanno ancora maturato una piena consapevolezza della necessità di sviluppare una propria vision nel campo della ricerca e si basano sul contingente interesse allo svolgimento di un singolo progetto.
    Risultato: nessuno dei due è contento e entrambi si incolpano di non poter sviluppare una fiducia reciproca.
    A riprova di ciò basta esaminare la tipologia delle sperimentazioni cliniche farmacologiche che interessano l’industria. Se, per esempio, per l’industria farmaceutica sono interessanti studi di equivalenza tendenti a immettere sul mercato nuove molecole sostanzialmente simili a quelle già esistenti, per il Servizio Sanitario è invece utile effettuare studi sulla efficacia comparativa e, in ultima analisi, sul rapporto beneficio rischio dei diversi farmaci esistenti, attraverso confronti testa a testa.
    Esiste quindi una differenza di tipologia dei quesiti che industria e sistema sanitario hanno rispettivamente interesse a studiare.
    Questo fatto è ora in Italia particolarmente evidente se si confronta la tipologia di studi che in campo farmacologico finanzia direttamente l’industria farmaceutica e quelli che sono invece finanziati dalla Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) nell’ambito del programma per la ricerca indipendente.
    Nella domanda che mi poneva all’inizio era, mi pare, insito il quesito se sia possibile andare oltre la situazione esistente e trovare un luogo di confronto ed armonizzazione delle reciproche priorità di ricerca.
    Io credo di sì, ma penso che si tratti di una strada non semplice anche perché è spesso il Servizio Sanitario Nazionale a non avere una sufficiente capacità di scrivere la propria agenda di ricerca e innovazione sulla quale costruire una collaborazione.
    Solo a queste condizioni ha senso parlare di un co-finanziamento che sottenda anche comunanza di obiettivi e scopi e non solo destinazione e utilizzo di risorse dal privato al pubblico.

     

    Le altre domande

    Si può parlare, secondo Lei, non solo di autonomia dell’istituzione nei confronti dell’industria, ma anche di autonomia dell’industria…

    Che prospettive si possono individuare? Non avete ancora feedback veri…

    Sempre riferendosi all’HTA, cè chi dice che per essere veramente attendibile, la valutazione dovrebbe essere condotta da una ‘parte terza’, che non dovrebbe essere assolutamente coinvolta poi nell’acquisizione e nell’erogazione della tecnologia accolta come validata: cosa ne pensa?

    E per concludere, cosa pensa della prospettiva regolatoria basata sul concetto di "risk sharing"?


    Intervista integrale: Health Technology Assessment e industria: esiste una strada per obiettivi condivisi? (PDF: 141 Kb) su Care 2008; 1: 27-8

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