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Il bibliotecario di oggi

I bibliotecari biomedici sono contenti dei cambiamenti in atto in diversi settori che impattano sulla loro professione?

È sempre difficile generalizzare. In linea di massima penso che i bibliotecari (e i bibliotecari biomedici in particolare) siano persone decisamente innamorate della loro professione, nella quale riversano una passionalità e un attaccamento che raramente viene compreso da chi bibliotecario non è. Di conseguenza, i cambiamenti sono generalmente vissuti come una sfida, un’occasione per apprendere cose nuove. Si cerca di trasformare le innovazioni tecniche in strumenti e servizi nuovi per la nostra utenza, in un’ottica direi “traslazionale”… E, non sempre, l’entusiasmo per le novità è collegato in maniera direttamente proporzionale all’età anagrafica: ho avuto colleghi entusiasti e battaglieri fino alle soglie del pensionamento e altri molto più giovani che ricalcano perfettamente il cliché dell’“impiegato statale” nella sua accezione peggiore.

I problemi maggiori sono di tipo economico oppure organizzativi?

Entrambi. Anche se penso che i problemi organizzativi in senso lato siano il limite maggiore.
La burocrazia sta diventando sempre più pesante con l’unico risultato di spegnere gli entusiasmi e la voglia di sperimentare e innovare. A monte però vedo limiti macroscopici connaturati ad una mentalità tipicamente italiana che dovremmo cambiare radicalmente, perché ci limita in tutti i settori: condivido pienamente la pesante critica di Moni Ovadia relativa all’amore degli italiani per la “moderazione”, virtù altrove, ma che in Italia diventa “ferocia”. Amiamo i giochi un po’ ipocriti, in una mediocrità squallida che ci insegna a non prendere una posizione chiara pur di non rischiare, rinunciando al diritto/dovere di sognare, di assumerci dei rischi, di parlare chiaramente e di tenere fede alla parola data. Ammiro l’analisi di Enzo Bianchi: la patologia che oggi affligge l’Occidente è affievolimento dell’atto del credere, venir meno della fiducia in se stessi e negli altri, nel futuro e nella terra. Credere, fare fiducia è diventato faticoso e raro. Pensiamo ai nostri interessi personali, alla nostra popolarità di periferia. Così facendo si corrode la fiducia reciproca e, sulla distanza, non si costruisce nulla. Nella guida (Bibliotecari biomedici, ndr) ho voluto inserire una parte sul management con alcune riflessioni di Peter Drucker: è fondamentale capire che la fiducia è la base sulla quale vengono costruite le organizzazioni e che la domanda fondamentale per chi lavora nel settore pubblico dovrebbe essere: quale può essere il mio contributo (sulla base dei miei punti di forza, del mio metodo di studio e lavoro, dei miei valori)?

In quale biblioteca del mondo vorrebbe lavorare?

Di primo acchito, penso alle grandi biblioteche biomediche nord-americane, nord-europee o dell’Estremo Oriente, dove la professionalità bibliotecaria (biomedica in particolare) ha un riconoscimento maggiore rispetto all’Italia. O comunque in Paesi dove si parla di Library Science, riconoscendo alla nostra professione, già nella denominazione, lo status di scienza. E dove, ferma restando una robusta collaborazione con i professionisti sanitari per quanto concerne i contenuti e le risorse, i bibliotecari sono considerati dei professionisti e, in quanto tali, vengono loro garantiti rispetto e autonomia organizzativa.

Leggere di per sé è un valore?

Assolutamente sì! Nella barbarie culturale nella quale viviamo la lettura ci rende creativi, alternativi, ci apre al pensiero critico, all’analisi, al pensiero innovatore. Ci rende capaci e forti nel dire dei sì impegnativi e dei no scomodi. Di non diventare conformisti, di salvaguardare la nostra individualità come valore, di riscoprirci Persone. Di pensare e fare di più e parlare di meno. O di tacere, se non abbiamo nulla da dire.

Il medico si fida di più della propria esperienza o delle prove consolidate?

In linea di massima, direi che sta sempre più diventando diffuso l’habitus mentale di ricorrere alle prove consolidate per supportare l’esperienza. E non solo tra i medici. Collaboro con il Corso di Laurea in Scienze Infermieristiche dell’Università di Torino come formatrice nell’utilizzo delle risorse bibliografiche e ho notato, negli anni, che l’impegno, l’entusiasmo, la professionalità, la creatività del corpo docente che ha voluto e sostenuto un approccio multidisciplinare nella formazione del personale infermieristico sono stati premiati da allievi infermieri molto più preparati, “scaltri”, impegnati nelle ricerche bibliografiche. Quando si parla di pubblico impiego e di università statale vorrei che si parlasse anche di Persone come loro.

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