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Il pediatra che ascolta e valorizza le risorse dei genitori

 
La nascita e la crescita di un bambino sono la fase dei cambiamenti più intensi nella vita dei genitori, che sono quindi naturalmente portati a chiedere consigli al pediatra. Il suo intervento però non si può avventurare nel campo della psicoterapia, che richiede competenze specifiche: può essere piuttosto quello del counsellor. Non si tratta allora di dare risposte, ma di aiutare i genitori a trovarle, e a far leva sulle proprie risorse.

Il peditra e la famigliaII counselling è un inter­vento breve, al termine del quale il cliente non avrà cambiato il suo modo di essere, ma il suo modo di fronteggiare il problema per il quale ha chiesto l’in­tervento del counsellor, avrà raccolto nuove informazioni, avrà ampliato le sue ipotesi, avrà scoperto nuovi punti di vista. Il counsellor non propone un aiuto psicologico, non offre soluzioni, non espri­me interpretazioni o giudi­zi. Parte da un presupposto di normalità e di capacità del cliente nella ricerca dei comportamenti più ade­guati alla sua situazione e interviene al fine di:

  • completare i dati informativi in suo possesso
  • metterlo in condizione di cercarne altri
  • riesaminare le soluzioni già individuale o tentate
  • facilitare l’emergere di nuove soluzioni
  • valorizzare le sue risorse
  • accrescerne l’autonomia e le capacità di scelta.

Il libro (Il pediatra e la famiglia) di Silvana Quadrino rivolto sia ai pediatri ospe­dalieri sia a tutti gli opera­tori coinvolti in diversa misura nel sostegno, nella promozione e nella cura della maternità e della genitorialità, suggerisce alcune risposte, ma soprattutto indica il metodo per trovarle: è uno strumento in più per navigare con la famiglia nel mare agitato dell’età della crescita senza perdere la bussola. Leggendolo ci si rende conto che il buon senso non è sufficiente nel rap­porto con i pazienti, e che l’attenzione al paziente non può essere un corolla­rio della professione del medico, ma che è il "core" del lavoro clinico. Non è un libro che tiene compagnia, ma può essere un mezzo per "trovare compagnia": leggerlo e discuterlo in gruppo è formativo. Si impara per esempio che «il sistema famiglia è un siste­ma strutturalmente agitato e il pediatra lo incontra nella fase di più intenso cambiamento della sua storia di vita, quello della nascita e della crescita di un bambino. In questo incontro il counselling si rivela uno strumento quasi irrinunciabile nella ricerca e nel raggiungimento del­l’obiettivo chiave del lavoro pediatrico: la realizzazione di una cooperazione solida ed efficace fra pediatra e famiglia. Il pediatra dovrebbe essere in grado di incrociare e coordinare le soluzioni e le ipotesi dei genitori con le proprie ipo­tesi professionali, che nascono dalle sue cono­scenze del problema e da ciò che sa del bambino e della famiglia»

Cosa fare e cosa non fare

  • Non ampliare troppo il campo di intervento. Fare atten­zione soprattutto agli sconfinamenti psicopedagogici
  • non dare indicazioni generiche, ideologiche o teoriche
  • dare al genitore elementi concreti per affrontare meglio ciò che lo preoccupa
  • cercare di riutilizzare negli interventi futuri quanto è stato detto in quel colloquio
  • non limitarsi a rassicurare, utilizzando come supporto le conoscenze psicopedagogiche e l’esperienza
  • non dare consigli di comportamento, non proporre un intervento, non chiedere al papà di essere più autorita­rio, di provare a parlare con il bambino, di parlare con gli insegnanti, non suggerire di essere più severi o più condiscendenti o di non fare caso alle insistenze del figlio
  • non interpretare, non lanciarsi in una rilettura psicolo­gica del comportamento descritto, arrischiando ipotesi su perché il figlio si comporta in quel modo, cosa cerca di ottenere, cosa produce nella psiche di un bambino il timore della separazione dei genitori
  • non rimproverare i genitori per aver permesso che il figlio sviluppasse i suoi comportamenti esigenti e capricciosi, per aver lasciato che assistesse alle loro liti, o per non essere intervenuti prima.

Evitare la tentazione della psicoterapia

I genitori sono particolarmente inclini a richiedere consigli; il pediatra è natu­ralmente propenso a elar­girli. Ma di fronte a una mamma che non sa più come comportarsi con la figlia il pediatra deve evita­re di dare consigli generici e di cercare di capire qual è lo spazio per il suo inter­vento: dovrà invece sfor­zarsi di aiutarla a fare uso delle proprie risorse. Discutendo sull’opportu­nità o meno che il pediatra si avventuri nell’ambito psicologico, Donald Winnicott risponde positi­vamente, ma a patto che si limiti «ad accogliere e tenere per s i problemi personali, familiari, sociali, in modo da permettere che la soluzione arrivi da sola, senza sentirsi obbligato ad attuare quei cambiamenti che si ritengono appro­priati».
Se dunque il pediatra è abi­tuato da sempre a interve­nire, lo psicanalista inglese propende invece per uno stile di professionalità assolutamente nuovo, secondo cui si tratta invece soprattutto di dare ascolto a quello che viene detto e a quello che viene comunicato attraverso il compor­tamento del corpo, l’e­spressione del viso, il tono di voce, la scelta delle paro­le. Si tratta di lasciare spa­zio alle libere associazioni e alle interpretazioni per­sonali dei pazienti, evitan­do di formulare giudizi moralistici. Si tratta anche di rispettare eventuali resi­stenze, lasciando al pazien­te la libertà di scegliere che cosa comunicare e lavoran­do a ricercare le radici delle resistenze.
II pediatra che si disponga ad affrontare l’aspetto psi­cologico della sua pratica può sentire la tentazione, a volte espressa sotto forma di paura, di spostarsi sulla psicoterapia. Ma in questo modo si avventurerebbe in un terreno che richiede competenze specifiche approfondite. Il compito del pediatra è piuttosto quello di riconoscere le situazioni che richiedono la psicoterapia e di prepa­rare i suoi pazienti a una consultazione specialistica, avendo cura di condurre le cose in modo che non si sentano abbandonati. Non è necessario dilungar­si troppo nei colloqui, anzi è utile contenere il bisogno dei pazienti di dare libero sfogo alle loro esternazioni. È sufficiente e terapeutico che sentano la disponibi­lità del pediatra a occupar­si anche di questo aspetto della salute. L’obiettivo di un colloquio fra pediatra e famiglia non è "far sfogare” l’altro, ma permettergli di affrontare meglio una diffi­coltà, una situazione com­plessa, un problema di salute senza perdere trop­po tempo: n quello del pediatra, n quello dei familiari.

 

13 febbraio 2008

 

Recensione pubblicata su Janus, numero 28 inverno 2007, pp. 95-97

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