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Inglese medico e Italian speakers

Inglese medico e Italian speakers

 
 
copertina del libro the doctor is in Secondo lei, qual è il livello medio dell’inglese dei medici italiani?

Non è molto buono, ma dipende dall’età. Nei giovani può esserlo, mentre nelle vecchie generazioni, la mia generazione, non è un granch.

Quindi qualcosa è già migliorato negli anni, se le nuove generazioni lo parlano meglio…

Sì, perché leggono le riviste scientifiche straniere, americane, inglesi; partecipano alle ricerche; intervengono ai convegni all’estero. Persino quando ci sono seminari e incontri qui in Italia, la lingua di lavoro può essere l’inglese. Questa non è una critica alle vecchie generazioni; avevano meno possibilità rispetto ai giovani medici attuali, che hanno molto più a loro favore per quanto riguarda le lingue.

Quanto pesa la scarsa appropriatezza dell’inglese, in termini di crescita professionale del medico o ricercatore, e quanto nell’aggiornamento? Parliamo ad esempio dell’interpretazione della letteratura scientifica…

è un handicap per l’aggiornamento. Persino per un madrelingua mantenersi aggiornato presenta difficoltà, dato il volume di produzione scientifica, figuriamoci per un non inglese! Siamo di fronte a un problema non soltanto italiano. Riguarda altri paesi: la Germania, la Francia, la Spagna… E pesa nel senso che se un giovane italiano non ha studiato inglese a scuola e all’estero, giungendo alla laurea senza questo strumento, si trova svantaggiato professionalmente.

Ricorda qualche aneddoto esemplare sui medici italiani alle prese con l’inglese?

Mi viene in mente un giovane ricercatore in un’università italiana di cui non cito il nome. Stava traducendo un articolo da una rivista americana. Si parlava delle proprietà delle leghe usate per la carie nei denti. E queste proprietà erano "flow" e "creep", riguardavano il contenimento dei materiali una volta inseriti nel dente. L’articolo dev’essere stato denso e complesso e quel poverino non aveva capito, riferendosi invece al professor Creep e al professor Flow.
C’è un altro esempio, stavolta proveniente dalla tv. I cattivi inseguivano i buoni in una grande città americana. Arrivati ad una piazza, un cattivo dice: "Dove sono andati!? Dove sono andati!?". "Sono andati al drugstore" – rispondono i cittadini – che in italiano viene doppiato nel film come "il negozio delle droghe", mentre in realtà è un’istituzione nella cultura americana non facilmente traducibile – un negozio dove si vendono medicinali, bevande analcoliche, cosmetici e giornali…

Ritiene sia un buon metodo rieducare all’inglese partendo dalla letteratura scientifica? O esistono metodi più efficaci?

Secondo la mia esperienza, che si basa anche su quanto osservo nei miei nipoti, ormai laureati, il punto è che bisogna partire presto. Iniziare quando si è già all’università è troppo tardi. Occorre iniziare alle medie, se non prima, con l’inglese di base, e con i viaggi all’estero, che sono cose costose, che tendenzialmente vanno a vantaggio dei bambini e dei ragazzi provenienti da famiglie facoltose, o almeno disponibili a fare sacrifici per questo tipo d’istruzione. Però vedo, andando in giro, che i genitori hanno capito. C’è un flusso all’estero di bambini e di ragazzi notevole. Penso che la nuova generazione di italiani, ma anche francesi, tedeschi, avrà una buona conoscenza dell’inglese. Da questo punto di vista sono ottimista.

20 ottobre 2010

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