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La medicina tra prove e rischi

Vannino Lamantegna (Galileo, 9 novembre 2005) su “Etica, conoscenza e sanità. Evidence-based medicine fra ragione e passione“, a cura di Alessandro Liberati

L’espressione “evidence-based medicine” (EBM) è stata coniata nel 1992 negli Stati Uniti. In italiano viene tradotta con “medicina basata sulle prove di efficacia”, e sta a indicare una medicina in cui la pratica terapeutica viene decisa in base a prove quantitative di efficacia di una terapia. Si tratta quindi di una sorta di reazione – come sottolinea Silvio Garattini nella presentazione di questo volume – alla medicina fondata solamente sull’esperienza e sulla conoscenza dei meccanismi fisiologici di base.

Dunque, per mezzo dell’EBM la scelta del trattamento non è più lasciata solo all’occhio clinico del medico, ma – almeno in linea di principio – prende in considerazione l’analisi dei dati disponibili che indicano la terapia più efficace. L’ascesa dell’EBM, che è stata salutata come una vera rivoluzione, è quindi strettamente legata all’espandersi degli studi epidemiologici fatti secondo metodologie statistiche precise e riconosciute. Il modello standard è rappresentato dagli studi clinici a doppio cieco, in cui il trattamento di cui va verificata l’efficacia viene somministrato a un gruppo di pazienti mentre a un gruppo di controllo viene somministrato un placebo o un trattamento già noto.

In questo modo si dovrebbe riuscire a valutare la reale bontà di un farmaco o di una pratica clinica senza pregiudiziali di sorta. Nel volume vengono presentati i diversi ambiti di applicazione dell’EBM, e quali sono i risultati finora raggiunti, non solo dal punto di vista clinico. Infatti, l’approccio dell’EBM, che si suppone più “oggettivo”, può influenzare profondamente non solo l’agire del singolo medico ma anche indirizzare politiche sanitarie nazionali. In base alle prove di efficacia, per esempio, si può decidere quali sono i trattamenti che un sistema sanitario può offrire ai suoi assistiti, o come effettuare screening su larga scala per determinate patologie.

L’EBM rappresenta da questo punto di vista uno strumento importante per ottimizzare il rapporto costi/benefici, soprattutto in un periodo in cui politiche di stampo liberista stanno riducendo pesantemente le risorse disponibili per l’assistenza sanitarie. Tuttavia, l’eccessivo entusiasmo nei confronti dell’EBM ha di fatto oscurato alcuni dei rischi di questo approccio. Come mettono in evidenza alcuni saggi di questo volume, l’EBM non è immune dal rischio di ripetere alcuni degli errori della medicina tradizionale, ad esempio con l’eccessiva “tecnicizzazione” del rapporto medico-paziente. Se sono le statistiche presenti in letteratura a decidere il trattamento, allora il medico rischia di diventare semplicemente un esperto dei database di pubblicazioni.

Un altro pericolo, molto concreto e forse accentuato dall’EBM, deriva dall’enorme pressione che l’industria esercita sulla professione medica, influenzando pesantemente la pubblicazione di studi e risultati. Il conflitto di interesse è da questo punto di vista una delle forze più importanti con cui deve fare i conti la medicina basata sulle prove di efficacia.

La soluzione di questo conflitto può però essere ottenuta solo con un massiccio intervento pubblico che renda autonoma la ricerca epidemiologica, e che quindi minimizzi l’impatto economico delle aziende. Se queste non solo producono i farmaci, ma anche fanno gli studi clinici di efficacia, è come chiedere all’oste se il vino è buono. Se dunque l’integrazione di EBM e di medicina “tradizionale” è sicuramente un’innovazione importante, rimane comunque prioritaria l’esigenza di un’etica professionale realmente orientata alle necessità del paziente.

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