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La valutazione psicosomatica in età evolutiva

Dal libro Psicosomatica in età evolutiva, a cura di Rita Cerutti e Vincenzo Guidetti.

Introduzione

La psicosomatica si configura come un costrutto teorico e clinico estremamente vasto, definito, peraltro, in modi differenti a seconda degli autori e del diverso periodo storico. Psicosomatica è un termine generalmente considerato come sinonimo di “medicina psicosomatica” ma che, in realtà, indica un coinvolgimento sia delle scienze mediche che di quelle psicologiche, entrambe interessate a studiare un fenomeno né completamente organico né completamente psichico. Tale disciplina, infatti, ha sollevato fin dal suo primo apparire un problema cruciale e, cioè, quello delle interrelazioni tra psiche e soma e ha espresso un’esigenza di ricomposizione dell’organismo umano come inscindibile unità psico-fisica. È difficile parlare di psicosomatica in senso unitario, in quanto essa è oggetto di una miriade di approcci e applicazioni che la rendono estremamente eterogenea, tanto che è quasi impossibile identificarla in un paradigma unico. Il termine “psicosomatica” (dal greco psyché, anima, e soma, corpo) può comportare confusione e ambiguità soprattutto in relazione al molteplice uso che ne viene fatto nel linguaggio corrente. Nell’ambito dell’età evolutiva, esso assume connotazioni ancora più complesse per il confluire di discipline che studiano non soltanto gli aspetti corporei e mentali della persona, nel senso immediato della sua esistenza, ma anche le dinamiche che caratterizzano lo sviluppo dell’essere umano a partire dai primi istanti della sua vita. Il campo della psicosomatica dell’adulto è stato, in passato, non ben definito nei suoi limiti, così, come quello relativo al bambino. Per lungo tempo la psicosomatica in età evolutiva è stata studiata soprattutto partendo dalla sintomatologia degli adulti. Merito degli studi più recenti è stato quello di aver posto l’accento sulla sintomatologia nel quadro dello sviluppo del bambino e nel corso del suo apparire.

Definizioni

Il termine “psicosomatico” è stato tradizionalmente usato per definire una serie di malattie nelle quali i fattori emozionali apparivano eziologicamente prevalenti o precipitanti nella formazione dei sintomi somatici: esperienze emozionali stressanti, fattori di personalità o condizioni conflittuali sul piano psicologico. Secondo alcune scuole di pensiero, la psicosomatica sarebbe quella branca della medicina che si occupa di disturbi organici di origine psicologica. In tal senso Weiss ed English affermano che “il concetto di psicosomatico può essere riassunto nel seguente modo: quando esistono dei disturbi senza base organica, o quando una lesione anatomica non spiega tutta la sintomatologia, bisognerà interpretare questi disturbi dal punto di vista emotivo… Vogliamo credere che, con l’andare del tempo, la medicina psicosomatica diventerà una sottospecie della medicina interna allo stesso modo come oggi esiste la cardiologia, la gastroenterologia, ecc.”. All’opposto, altre scuole descrivono la psicosomatica come un orientamento di pensiero che si oppone alla frammentazione ancora presente nella medicina attuale, alla luce di una visione più unitaria dei rapporti fra mente e corpo e, quindi, della malattia. Il dibattito sull’interpretazione e sull’adeguatezza del termine è stato, ed è ancora oggi, piuttosto acceso tanto che, con gli anni, esso è stato utilizzato con significati diversi, qualificando sintomi, malattie, medicina e terapia; passando, cioè, da sostantivo ad aggettivo.
È necessario, allora, chiarire alcuni significati che il termine assume nella clinica e nella ricerca in relazione ai suoi diversi ambiti di applicazione: può riferirsi alla convinzione o sospetto che una patologia somatica abbia un’origine psichica (sinonimo di psicogeno); può indicare l’influenza di fattori psicologici sui processi corporei; può riguardare lo studio dell’influenza che i processi corporei hanno sulla psiche (somatopsichico); può essere utilizzato per riferirsi a quelle condizioni patologiche nelle quali le funzioni di un organo o di un apparato risultano alterate, senza che sia identificabile una base biologica (sintomi funzionali, fenomeni di somatizzazione); può indicare lo stile comunicativo o la modalità di relazione caratteristica di una famiglia all’interno della quale uno o più membri sono predisposti ad ammalarsi somaticamente; può descrivere una modalità di approccio al paziente nella quale si tengono presenti sia le componenti corporee sia quelle psicologiche e sociali. I diversi significati attribuiti al termine “psicosomatico” ci fanno comprendere come si renda necessario identificare il quadro teorico di riferimento. Una recente definizione di psicosomatica la inquadra come approccio allo studio delle malattie che considera le tante variabili derivanti da costrutti biologici, aspetti psicologici e socioculturali. Tale orientamento rappresenta la visione contemporanea della plurifattorialità eziologica, in cui sono implicati fattori
genetici, biologici, ambientali e psicosociali, per cui lo studio di ogni disturbo deve prendere in considerazione l’individuo, il suo corpo e il suo ambiente circostante come componenti di un sistema totale. La psicosomatica, intesa come disciplina scientifica, possiede modelli eziopatogenetici che sono frutto di ipotesi, ricerche, verifiche, e che propongono sempre nuovi modi di descrivere, interpretare, comprendere le cause (eziologia) e la dinamica (patogenesi) di un fenomeno.

Il problema “mente e corpo”: dalla separazione alla ricomposizione dell’unità psicofisica

Il rapporto mente-corpo è un tema complesso ed è stato elaborato in accezioni diverse dai vari modelli teorici che si sono storicamente succeduti. È soprattutto la cultura occidentale che ha separato tra loro i concetti di mente e corpo, psiche e soma. Tale posizione trova la sua radice nella filosofia platonica. Platone (428-347 a.C.) separò, infatti, il mondo delle idee (éidos) da quello della materia indistinta (caos) ponendo per primo le basi teoretico-filosofiche di tale scissione, per secoli alla base del pensiero occidentale. Duemila anni dopo, Cartesio (1596-1650) ripropone, con la sua teoria filosofica, la stessa dicotomia, separando la res extensa (materia-corpo) dalla res cogitans (mente-pensiero), in contrasto con gli esponenti della maggior parte delle culture del Medio ed Estremo Oriente che si erano, invece, sforzati di ricercare un principio unico che spiegasse l’esistenza.
Tali idee hanno favorito il prevalere di una tendenza meccanicistica e determinista, che è alla base della scienza occidentale la quale è sempre stata costruita su separazioni e dicotomie. Tale concezione induce, in particolare la scienza medica, ad affrontare il corpo e le sue manifestazioni con un atteggiamento sostanzialmente oggettivante favorendo una rappresentazione dell’essere umano come un insieme di organi e funzioni. Lalli sottolinea che il concetto di psicosomatica è sempre esistito; in questo senso la medicina ippocratica è, da duemila anni, il modello psicosomatico per eccellenza poiché ha sviluppato un pensiero relativo alle relazioni mente-corpo imperniato sul concetto di anima o psiche. Va precisato che il termine “psico-somatica” fu coniato dall’internista e psichiatra J.C. Heinroth nel 1818. Ad esso l’esponente della medicina organicistica K.W. Jacobi contrappose, nel 1822, il termine “somato-psichico”. In un contesto che concepiva sempre più netta la dicotomizzazione tra psichico e somatico si cercava, in entrambi i casi, di riunire – sia pur privilegiando uno dei due termini – su un piano teoretico ciò che, nei fatti, la cultura scientifica dell’epoca tendeva a separare, creando così un monismo biologico o psicologico. Per un lungo periodo di tempo, infatti, i due termini sono stati scritti separati da un trattino (psico-somatico). La crisi in cui si è venuta a trovare la medicina scientifica, di ispirazione positivista, alla fine del secolo diciannovesimo e la necessità di spiegare gli avvenimenti funzionali nella globalità dei loro processi vitali, contemplando tutti gli avvenimenti passati e contingenti, hanno dato nuovo impulso alla psicosomatica nel cercare una necessaria risposta a un intervento medico che privilegiava sempre più la malattia piuttosto che l’individuo malato, l’organo colpito piuttosto che l’organismo di cui è parte. Dalla concezione dell’uomo come una macchina biologica predeterminata, la cui minima alterazione è considerata un’anomalia di funzionamento, si è cercato di avere un atteggiamento più attento e rispettoso verso l’individuo, passando, gradualmente, a una visione olistica della realtà, marcata da un dinamismo continuo che risponde all’intima struttura che ci contraddistingue. Una struttura che è in continua evoluzione e movimento, per cui ogni individuo rappresenta un unicum caratterizzato da una stretta interrelazione tra soma e psiche. Diverse correnti di pensiero hanno sostenuto l’importanza di nuove posizioni di fronte alla medicina organicista. Tra queste la psicoanalisi si è proposta come rottura e abbandono dei contenuti del monismo organicistico di fine Ottocento pur presentandosi come scienza ligia a salvaguardare i canoni formali delle scienze naturali. Essa rispondeva a quelle che erano le direzioni della ricerca che tendevano alla considerazione di un “oggetto psichico” specifico rispetto all'”oggetto somatico”, da indagare secondo metodi scientifici autonomi e coerenti all’interno di teorie unificate (la psicologia o meglio le psicologie). La psicoanalisi ha svolto un ruolo preminente con l’introduzione nella scienza medica, da parte di Freud, della nozione di inconscio e con la distinzione nel sintomo di un aspetto psicologico (che considera suo campo di studio) e uno organico (che non può affrontare).

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