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L’afasia: dalla teoria alla pratica

 
Per comprendere natura e gravità di una afasia, dobbiamo disporre delle conoscenze sulla struttura normale del linguaggio e sul suo uso in situazioni “ecologiche”: gli studi di neuropsicologia cognitiva ci aiutano a conseguire il primo di questi obiettivi; per il secondo ci si avvale degli studi di linguistica pragmatica. Il danno in un soggetto afasico apparirà quindi diverso a seconda del punto di partenza assunto dall’esaminatore. È per questo motivo che il volume di Anna Basso è intitolato "Conoscere e rieducare l’afasia": dapprima occorre costruire la basi di una conoscenza comune e solo su queste basi possiamo, poi, parlare di riabilitazione; la rieducazione giunge al termine di un lungo percorso. Il libro si propone di compiere insieme al lettore questo percorso, per trattare la riabilitazione non come una serie di interventi prescrittivi, ma come proposte razionali, giustificate dalle attuali conoscenze.

Professor Pizzamiglio, quali sono le esigenze cui questo libro vuole rispondere?
Il libro risponde al bisogno di una base scientifica su cui poggiare i principi della rieducazione dell’afasia. La rieducazione dell’afasia si è sviluppata dopo la 2° Guerra mondiale. Molti degli interventi riabilitativi sono stati fondati su osservazioni empiriche e hanno cercato di offrire strumenti che tendevano ad aggredire i sintomi più frequentemente presenti in questa patologia. Data la scarsa elaborazione teorica per molto tempo esistente in tale area, i risultati conseguiti sono difficilmente valutabili, anche in presenza di miglioramenti osservabili in alcuni pazienti.

Cosa è cambiato, oggi, in questo settore?
Il libro presenta una preziosa ricostruzione storica dei molti tentativi di rieducazione e criticamente ne mette in luce i limiti. I cambiamenti nello studio del linguaggio nei soggetti normali e nella patologia sono chiaramente delineati. Primo: a partire dagli anni ’70 la neuropsicologia cognitiva ha posto al centro del suo interesse lo studio sulle strutture del linguaggio nei soggetti normali. Secondo: questo spunto di partenza ha proposto un modo nuovo di valutare i disturbi afasici e ha indicato i puntelli per una fondazione teorica dei molti tentativi di rieducazione.

Come vengono esposti, nel libro, questi cambiamenti?
Il primo punto è lucidamente discusso dall’autrice che, con molta energia, sottolinea la necessità di non fermarsi alle storiche classificazioni delle sindromi afasiche, ma di strutturare la valutazione della patologia attraverso la identificazione dei meccanismi cognitivi e linguistici sottostanti. Con questi nuovi strumenti di valutazione è stato possibile iniziare un percorso che consente di aggredire il nodo dei vari disturbi afasici e di elaborare strategie rieducative meno empiriche (secondo punto).

Si può dire che è iniziata una fase più scientifica nel campo della rieducazione dell’afasia?
L’affermazione è senz’altro possibile. L’autrice, nei commenti conclusivi del libro, scrive che una teoria scientifica della riabilitazione dovrebbe “essere in grado di spiegare i dati esistenti e di predire i futuri risultati”. Anna Basso conclude che questo cammino è iniziato, che i cambiamenti teorici hanno consentito di conseguire interessanti risultati, anche se una vera teoria cognitiva non è stata pienamente formulata. Certamente il volume illustra in modo chiaro e critico quali sono i risultati raggiunti e quali sono le direttrici da seguire.

Il libro contiene suggerimenti che possono essere utilizzati nella pratica clinica?
Certamente sì, anche se non è concepito come un “cook book”, una ricetta di cucina da utilizzare per ogni occasione. Chi si occupa di rieducazione viene condotto a ragionare clinicamente con l’attenzione sempre rivolta alla comprensione dei disturbi, in relazione ad un modello di funzionamento normale del linguaggio.

A chi è rivolto questo libro?
I principali utenti sono gli studenti delle varie lauree che preparano riabilitatori. Dopo la recente riorganizzazione dell’istruzione universitaria, vi sono numerose lauree triennali, specialistiche, che troveranno nell’opera una sicura ed autorevole guida allo studio dell’afasia. Psicologi e medici, soprattutto fisiatri, troveranno assai utile questo inquadramento insieme teorico ed applicativo.

 

A cura di Chiara Fedeli

 
Dal libro

“La neuropsicologia cognitiva ha permesso di affrontare lo studio dei soggetti afasici (e, più in generale, di soggetti cerebrolesi con danni cognitivi) dal punto di vista della struttura normale. Se i modelli della struttura normale sono abbastanza dettagliati, anche la diagnosi funzionale può essere dettagliata e ne dovrebbe logicamente seguire un trattamento riabilitativo più specifico. Purtroppo, una diagnosi non dà indicazioni terapeutiche: sapere che un soggetto ha un danno in questa o quella componente non è sufficiente per stabilire cosa fare. Tuttavia, una diagnosi precisa è già di per s un grosso aiuto per il terapista.”

“Dire e capire frasi sono operazioni molto più complesse e meno note di quelle necessarie a dire e capire parole isolate. Data la complessità delle operazioni coinvolte, le ipotesi sui meccanismi sottostanti alla nostra capacità di elaborare frasi sono meno dettagliate delle ipotesi relative alla elaborazione di parole isolate.”

“Il trattamento riabilitativo non consiste solamente nel tipo di esercizio; la riabilitazione è un processo interattivo in cui il comportamento di una delle due parti influisce direttamente sul comportamento dell’altra parte. Terapisti e persone afasiche non sono macchine pre-programmate, hanno caratteri e personalità diverse. Vi è però un aspetto della interazione tra soggetto afasico e terapista molto importante per il successo del trattamento, che il terapista deve conoscere e mettere sempre in atto: l’ascolto. Il terapista deve ascoltare il soggetto afasico non solo per capire ciò che dice, ma soprattutto per capire ciò che intende dire.”

 
L’autrice

Anna Basso è professore associato di Neuropsicologia clinica presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Milano. Dal 1962 lavora presso il Dipartimento di Scienze Neurologiche, coordinando l’attività di ricerca e di insegnamento connessa ai disturbi acquisiti delle funzioni cognitive, con particolare riguardo ai disturbi del linguaggio.

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