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Se questo è uomo

Se questo è uomo
 
 
cover Qualche anno fa, nel suo Troppi paradisi (Einaudi, 2006), Walter Siti proponeva una interessante analisi della società contemporanea basata sull’idea di una gayzzazzione dell’Occidente. In un mondo in cui l’esistenza ha subìto un processo di estetizzazione, l’informazione e l’economia tutta si sono trasformate in spettacolo e l’immagine della realtà si è sostituita alla realtà stessa, il concetto di limite e di confine – primo fra tutti, quello relativo alla sfera sessuale – diventato oggetto di una sistematica decostruzione di cui è testimonianza palese l’omologia tra corpi maschili e femminili per i quali è difficile distinguere “tra un seno femminile siliconato e pettorali maschili costruiti dagli anabolizzanti”.

Nella società dei belli, inautentica e artificiale – nella quale gli omosessuali, sostiene provocatoriamente Siti, si trovano strutturalmente a proprio agio – sfumano identità tradizionali e se ne creano di nuove; un processo inarrestabile che assume un rilievo particolare nel fenomeno postmoderno di femminilizzazione dell’uomo, di affermazione dello stile di vita unisex (sbilanciato verso il femminile, tuttavia), di omogeneizzazione delle condotte di genere a favore (bisogna riconoscerlo) di una penetrazione invasiva nell’immaginario maschile di visioni e desideri che culturalmente appartenevano all’universo femminile. L’importanza attribuita alla bellezza, il culto della propria immagine, la cura ossessiva del corpo, la necessità di apparire e di piacere sono i tratti che definiscono attualmente il modo di essere tanto delle donne quanto dell’uomo.

La società dello spettacolo, come profetizzava Guy Debord, tra gli altri devastanti effetti con cui facciamo quotidianamente i conti, ha trasformato il concetto di corpo umano; ne ha sfumato lo statuto significante ed evocativo, motore propulsivo della relazione con l’altro, nonch quello reale di sede della pulsione, mentre ne ha affermato la funzione di feticcio, di oggetto tra gli altri oggetti di consumo, attraverso i quali esorcizzare l’orrore della morte.

L’infiltrazione di questi mutamenti nel campo della psicopatologia ha prodotto la comparsa di nuove formazioni sintomatiche, tra le quali occupa un posto di primissimo piano la complessa galassia dei disturbi del comportamento alimentare nella popolazione di sesso maschile. E, in effetti, i dati presentati dal recente libro di Laura Dalla Ragione e di Marta Scoppetta, Giganti d’argilla sono altamente significativi: il rapporto tra disordini alimentari negli uomini e nelle donne è arrivato ad almeno 1/4 (a fronte dell’1/10, 1/15 di 20 anni fa) e, addirittura, nel disturbo da abbuffata compulsiva – riportano la autrici – il rapporto maschi-femmine diventa 3/4. Ciò vuol dire che in pochi decenni, quello che era considerato un sintomo elettivamente femminile è migrato verso l’altro sesso, in una sorta di ironica democrazia sessuale nella quale sembra compiersi, nel paradosso che la contraddistingue, una delle poche realizzazione dei complicati e fallimentari progetti di “pari opportunità”. Come nei casi femminili, la vita degli uomini affetti dai disordini dell’alimentazione è sottomessa alle intimazioni di un ideale severo e intransigente; raramente questo ideale incita alla magrezza, all’identificazione con l’osso, alla scheletrizzazione dell’intera esistenza. Più spesso, si tratta di un ideale che esige un corpo scolpito dai muscoli, una immagine evocatrice di potenza, un fisico nella forma di statua, tanto più subordinato all’imperativo estetico dominante quanto più svuotato di un erotismo soggettivo e di una propria capacità di comunicare qualcosa da parte di chi lo abita.

Così i corpi diventano seriali, prodotti artificiali della società di massa a cui conformarsi nel processo debilizzante di imitazione compulsiva. Altre volte, l’ideale spinge alla “sterilizzazione” dell’aspetto libidico legato alla alimentazione attraverso il ricorso a diete rigorose che escludono dall’atto del mangiare la dimensione del desiderio e lo proiettano sul piano di una adesione – di tipo religioso – a pratiche integraliste di purismo. Laddove l’“ideale” non ordina la costruzione di un corpo accessoriato o l’ascesi alimentare, è la forza della “pulsione” a imporsi nello straripamento incontrollabile dell’abbuffata, seguita o meno da pratiche di eliminazione. La sofisticazione del corpo non conosce – oggi – differenza sessuale; e questa sofisticazione determina, per un verso, una attenzione ossessiva verso l’immagine (il più possibile aderente al modello imperante), per l’altro, una specie di rarefazione del corpo stesso che, non più utilizzato come strumento di contatto con l’altro, diventa sempre più una specie di ologramma.

In un campo clinico così articolato, le autrici del saggio dedicato ai disturbi alimentari maschili offrono al lettore una completa e chiara esposizione del fenomeno, intervallata dalla presentazione di brevi frammenti clinici e di testimonianze dei ragazzi – in cura presso il Centro di Todi – che hanno il merito di rendere ancora più intellegibile la riflessione teorica del libro: un testo fondamentale perché colma un vuoto e si propone come un manuale imprescindibile per lo studio dell’intera patologia del comportamento alimentare.

2 settembre 2009

 
Recensione pubblicata su Il Manifesto, il 25 agosto 2009.

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