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cover del libro Qual è lo scopo principale del vostro libro?

Come sapere se una cura funziona è frutto di un lavoro a più mani, di Imogen Evans, un giornalista medico scientifico, di Hazel Thornton, una paziente che ha vissuto in prima persona l’esperienza del cancro al seno e di Iain Chalmers, un ricercatore. La motivazione che ci ha spinto a scrivere il libro è stata quella di provare ad accrescere le conoscenze generali su come vengono valutati i trattamenti che, ad oggi, sono davvero ad un livello elementare: questa forma di ignoranza non fa bene alla salute. Molte informazioni sulle valutazioni delle terapie sono disponibili, oltre che nel libro, anche su www.jameslindlibrary.org.

Domanda chiave: come spieghereste il termine "appropriata" (fair, ndr), riferito alla valutazione dei trattamenti?

Per fare un confronto attendibile tra due trattamenti – e stabilire, quindi, quale dei due sia preferibile – è fondamentale ridurre i possibili bias; per esempio, garantendo il confronto tra i simili. Volendo fare un’analogia con il mondo calcistico, una partita in cui una squadra di serie A giochi contro una squadra di allievi della scuola calcio non è un confronto appropriato ( è non "fair", ndr). Per essere affidabile, il confronto delle prestazioni deve avvenire tra calciatori professionisti della stessa categoria, ovvero, tra allievi delle scuole calcio dello stesso livello. Lo stesso principio vale quando si tratti di confrontare due cure diverse: affinch la comparazione sia "appropriata", i pazienti che ricevono le terapie devono avere caratteristiche simili. Dunque, la valutazione di due trattamenti, in cui uno dei due venga somministrato ad un gruppo di pazienti relativamente in buono stato di salute e l’altro ad un gruppo di individui relativamente malati, sarebbe "inappropriata" – affetta da bias – e pertanto pericolosamente fuorviante.

Come possiamo noi, in quanto medici, ma anche pazienti, affrontare le incertezze sull’efficacia dei trattamenti?

Le aree di incertezza sono inevitabili. Per esempio, non si può mai avere la certezza assoluta che una determinata cura sul singolo individuo avrà lo stesso effetto registrato su coloro che hanno preso parte agli studi clinici. Nonostante ciò, nel momento in cui ci accingiamo a prendere una decisione sulle cure da fare, dobbiamo tenere in considerazione le evidenze emerse dagli studi scientifici. Qualora la ricerca non fornisca alcuna evidenza affidabile, in grado di poterci guidare nella scelta dei trattamenti, allora, è necessario usare la massima cautela, perché un certo tipo di trattamento potrebbe essere più dannoso che benefico. È proprio in casi come questi, quando la posta in gioco è alta per quel che riguarda la salute dei pazienti, che sarebbero auspicabili – se non essenziali – ulteriori studi di valutazione sugli effetti dei trattamenti.

Un esempio di buona ricerca?

Circa trent’anni fa, alcuni medici decisero che i farmaci steroidei dovevano essere utilizzati nel caso di traumi cerebrali, per esempio, da incidenti automobilistici. Sebbene tale trattamento sia stato utilizzato in modo diffuso, molti clinici si erano posti la domanda se tali farmaci fossero più dannosi che utili. Una revisione sistematica degli studi in merito, condotta all’inizio del nostro secolo, ha dimostrato che le evidenze disponibili (in favore dell’utilizzo di farmaci corticosteroidi nei traumi cerebrali, ndr) non erano convincenti: i risultati, infatti, erano compatibili sia con i benefici, sia con i danni conseguenti al trattamento suddetto. Questa incertezza di vecchia data sugli effetti della terapia con corticosteroidi nei traumi cerebrali è stata, infine, sottoposta ad un’appropriata valutazione ed i risultati sono stati pubblicati nel 2004. È venuto fuori che quel tipo di farmaci nei soggetti che avevano subito un danno cerebrale aumentava il rischio di decesso. Decine di migliaia di persone sono morte inutilmente proprio a causa dell’incertezza di un trattamento che, nei trent’anni successivi alla sua introduzione, non era mai stato sottoposto a verifica.

In che modo pazienti, clinici e ricercatori potrebbero definire un’agenda condivisa per la ricerca?

Lo studio sui farmaci di cui sopra doveva essere finanziato con fondi pubblici, dal momento che le aree di incertezza che doveva affrontare non presentavano alcun interesse commerciale. In verità, anche per molti ricercatori accademici quegli studi erano di scarso interesse: i moderni neuroscienziati erano di gran lunga più interessati ad esplorare gli effetti di nuovi potenziali farmaci, piuttosto che a condurre "noiose" ricerche per sapere se un vecchio farmaco producesse benefici o danni letali per i pazienti. Spesso, infatti, si crea una discrepanza tra le incertezze sui trattamenti che risultano importanti per pazienti e clinici da un lato e quelle che risultano di interesse per l’industria ed il mondo accademico dall’altro lato. Ecco perché è necessario trovare il modo per costruire un’agenda della ricerca, condivisa da medici, pazienti e ricercatori. Come sapere se una cura funziona indica i principi su cui costruire una collaborazione che riduca le divergenze tra l’attuale agenda della ricerca e i bisogni di informazione di pazienti e medici. Su www.duets.nhs.uk e su www.lindalliance.org è possibile reperire informazioni su due iniziative in corso nel Regno Unito, che stanno tentando di fare luce su quali aree di incertezza siano considerate centrali per i medici e i pazienti.

26 marzo 2008

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