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Un magro successo a caro prezzo

Un magro successo a caro prezzo
 
 
Si guardano allo specchio, si tastano le braccia e non si vedono mai abbastanza tonici. Mai abbastanza tirati. E allora via di nuovo in palestra, a drogarsi di pesi e tapis roulant. Oppure per strada, a ubriacarsi di chilometri e sudore. Il loro pasto sarà a base di bibitoni iperproteici e pollo. E la mattina dopo, al risveglio, il loro primo pensiero sarà lisciarsi gli addominali, per scoprirli inevitabilmente ancora troppo rilassati. C’è preoccupazione per le nuove malattie dei giovani maschi. È (anche) a questo che si dedicheranno psicoanalisti e psichiatri chiamati – il 20 febbraio a Roma (a Palazzo Valentini) – al grande convegno sui disturbi alimentari in adolescenza patrocinato dall’Istituto Freudiano, Provincia, Azienda Usl Roma D e Aida. Due sono i fenomeni in prepotente ascesa, spesso associati o conseguenza l’uno dell’altro. Ortoressia, cioè ossessione del mangiar sano, e bigoressia, cioè ossessione della massa muscolare, il contrario dell’anoressia (reverse anorexia). "Qui non c’è ricerca della magrezza", li descrive Laura Dalla Ragione, psichiatra, coordinatrice a Todi del primo centro pubblico extraospedaliero, nato nel 2003, specializzato nella cura dei giovanissimi. "Sono problemi fisici e mentali determinati dall’errata percezione del proprio corpo. Per inseguire il loro modello, questi ragazzi si buttano a capofitto in sport di fatica come ciclismo, atletica e body building. Sono capaci di stravolgersi di jogging cinque ore al giorno. È difficile per i genitori intuire che la mania si è trasformata in patologia anche perché chi ne viene colpito cerca di nasconderla".

Giganti d’argilla, come li chiama la psichiatra in un libro scritto con Marta Scoppetta (Il Pensiero Scientifico Editore), sono una delle emergenze di cui si parlerà il prossimo sabato a Roma in un convegno sui disturbi alimentari in adolescenza organizzato dall’Istituto Freudiano. Ne soffrono circa 3 milioni di italiani, il 30% ha meno di 18 anni. In prevalenza donne, ma i maschi sono in aumento. Erano l’1% dieci anni fa, oggi si stima siano diventati il 20%. Alle forme classiche (anoressia, bulimia e bingo eating caratterizzata dall’ingestione incontrollata di cibo, grandi abbuffate che non vengono compensate dal vomito e causano forte ingrassamento), se ne sono aggiunte altre che stanno per entrare ufficialmente nel manuale diagnostico delle malattie psichiatriche, ora in corso di revisione, prossimo alla quinta edizione. Le cause sono comuni. A una vulnerabilità individuale di base, si sommano fattori ambientali e culturali, costituiti oggi dai modelli proposti dalla società. Magrezza e prestanza fisica uguale successo e affermazione.

Servono farmaci e psicoterapia

Di solito all’inizio di queste storie c’è un evento traumatico scatenante. "Stiamo sorvegliando un campione di pazienti e non abbiamo notato differenze geografiche. Il problema interessa indistintamente tutte le regioni italiane", anticipa i risultati dell’indagine Dalla Ragione, elencando una serie di problematiche comuni. Innanzitutto i trattamenti, spesso non appropriati, che non tengono conto della necessaria integrazione fra interventi farmacologici e psicoterapeutici. Quindi, la mancanza di tempestività nella diagnosi. Più si tarda, più cresce il pericolo di cronicizzazione. La cura dei disturbi del comportamento alimentare è diventato un grande business e le famiglie corrono il pericolo di affidarsi a centri privati non qualificati, con personale non medico, dove gli psicofarmaci vengono prescritti troppo generosamente, quando invece è dimostrato che sono in generale poco efficaci. Ecco perché i ministeri di Salute e Gio­ventù stanno per pubblicare la mappa delle strutture pubbliche e convenzionate.

"C’è un bisogno crescente di aiuto. Offriamo alle famiglie e ai ragazzi un’alternativa ai centri. Spesso una diagnosi tardiva è legata alla difficoltà di recarsi in ospedale. Significa riconoscere la malattia e questo ai ragazzi non piace", dice la psichiatra Elisabetta Spinelli, coordinatrice degli sportelli di ascolto, aperti dalla Asl D di Roma. Agli sportelli lavorano psicologi dell’Associazione italiana disturbi alimentari (Aida). I casi più gravi vengono indirizzati in ambulatori, day hospital o strutture di ricovero.

Da un disturbo all’altro

Le esperienze più comuni riguardano il passaggio dall’anoressia alla bulimia. Come Maria, una quattordicenne che soltanto dopo mesi di colloquio è riuscita a raccontarsi. A 11 anni ha ascoltato involontariamente uno scambio di battute tra il fratello maggiore e un compagno di scuola che le piaceva molto: "Certo che tua sorella è diventata proprio una cicciona". Una ferita profonda, quella frase scherzosa. Da quel giorno Maria ha smesso letteralmente di mangiare, fino a scendere sotto i quaranta chili. In famiglia nessuno si accorgeva del suo rapporto sballato con il cibo, il padre sempre in giro per lavoro, la madre distratta e poco affettuosa. "Eppure lei, digiuna e magra, si sentiva felice. A scuola andava bene, otteneva soddisfazioni", racconta la Spinelli. "Evidentemente però nel suo intimo si è creato un nuovo scompenso. L’anoressia ha virato e si è trasformata in bulimia. Le è bastato assaggiare mezzo biscotto. È venuta da noi per chiederci di riaccompagnarla verso la condizione iniziale dove si trovava a proprio agio."

Francesco Montecchi, coordinatore del centro Onlus La cura del girasole, dove vengono trattati giovani sotto i 18 anni, traccia il profilo delle donne con disturbi del comportamento alimentare: "Molto impegnate a scuola e al lavoro, vittime dell’ansia da prestazione, che svolge un’azione devastante. I risultati ottenuti non rispondono mai alle loro aspettative tanto che interrompono gli studi o rinunciano a proposte di lavoro allettanti". Il consiglio ai genitori è di osservare i propri figli a tavola. Un campanello d’allarme? Spezzettano il cibo, lo selezionano sul piatto, fanno finta di sentirsi subito pieni o aver dolore di pancia, corrono in bagno dopo aver mangiato. E ancora. La serietà di un trattamento si misura anche con la durata. Almeno due anni. La scomparsa dei sintomi non significa guarigione. Bisogna guarire dentro.

 

14 aprile 2010

Fonte: "Ossessionati dal cibo", pubblicato su Sette, settimanale del Corriere della sera, il 18 febbraio 2010.

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