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Un pediatra di strada

Intervista a Paolo Cornaglia Ferraris, pediatra ematologo, Onlus Camici & Pigiami, direttore scientifico della "Fondazione Maruzza L.D’O.", su "Pediatri di strada"
Un ambulatorio pediatrico nei vicoli del centro storico di Genova, un gruppo di volontari e i bambini, figli di immigrati, spesso "clandestini per nascita": sono i protagonisti delle storie raccontate in un piccolo libro di Paolo Cornaglia Ferraris: "Pediatri di strada". Pagine 110. Il Pensiero Scientifico Editore, Roma, 2006. E ogni storia è un’emozione diversa, nel vissuto di pazienti, medici, bambini, madri e volontari. Perch il sapere medico è scientifico ma anche emotivo: vuol dire farsi carico, credere, condividere, sperare, temere, desiderare, gioire. Recuperare e insegnare una medicina che rivaluti l’intelligenza delle emozioni.

Dottor Cornaglia, il suo libro rivaluta l’intelligenza delle emozioni: la speranza, l’ascolto, la compassione. Una Emotion Based Medicine versus la corazzata dell’Evidence BM. Non le pare troppo rischioso?

La medicina occidentale sta affrontando due sfide: l’invecchiamento della popolazione e l’iniquità del sistema assistenziale. I soldi non bastano già ora, perfino in Paesi ben più virtuosi dell’Italia. Esiste un’unica strada: il taglio degli sprechi. Ma per convincere un paziente che non sarà tanto meglio curato quanto più esami fa, per rassicurare lui ed i suoi familiari che non assumere l’ultimo dei farmaci più costosi non è detto sia negazione di un diritto, per alleggerire laboratori e liste d’attesa di un enorme numero di cose inutili, bisogna entrare con lui in una relazione non tecnica n scientifica, ma umana. L’analfabetismo emotivo dei nostri medici scienziati rischia di render la cosa ardua. Bisogna insegnare che accanto all’intelligenza razionale ne abbiamo un’altra, quella delle emozioni, che va appresa e gestita. Non si tratta di romantici ritorni al passato, ma di moderne prospettive future. La Emotion Based Medicine e la Evidence Based Medicine sono unite come i due lobi cerebrali. Nessun medico potrebbe permettersi di conoscerne solo uno.

La medicina basata su evidenze esalta l’intelligenza razionale ed umilia quella emotiva, convincendo medici ed altri curanti che le emozioni siano inutili o, addirittura, dannose: è questo, l’analfabetismo emotivo di molti medici scienziati.

La condivisione dello status di vulnerabilità. Due interrogativi-corollari: 1) la malattia è una competenza solamente medica?; 2) se la conoscenza della malattia (traguardo oggettivo, scientifico) riuscisse a coniugarsi con la coscienza della malattia (condizione umanissima e soggettiva) non sarebbe consigliabile lenire l’angoscia del "come si esce dalla malattia" con il quesito – solo apparentemente meno urgente –: "cosa vuole dirci la malattia"?

La malattia è competenza medica. Il malato no. N può esserlo la gestione sanitaria di un paese civile. Ciò non significa che il medico deve limitarsi a svolgere il ruolo di "aggiustatore", di chi. cioè. rimette in circuito produttivo e sociale il malato e lì si ferma. Insegnare questa medicina "meccanica", paludata da "tecno-scientismo", significa privare il medico di buona parte delle sue competenze. Non si tratta solo di clinical governance, ma della capacità di curare, anche quando non può guarire. Il che accade in tutti, proprio tutti, i pazienti che abbiano superato una certa età. I medici che assistono persone fragili ed intervengono per "aggiustare" quanto provocato da virus, batteri, inquinanti, diete, cattive abitudini, età avanzata, devono avere conoscenza di meccanismi di malattia, spesso sovrapposti; ma anche coscienza delle espressioni umane e sociali che tali affezioni comportano. In altri termini, non si può fare il medico rinunciando al ruolo di curante. E per curare bisogna farsi carico, prendersi cura, non compilare moduli e ricette, pigiare su bottoni ed interpretar referti. Ciò che la alattia vuol chiederci, sempre, è: questo malato sta in relazione con una società civile capace di prendersene cura, o è invece l’oggetto di attenzioni professionali (parcella e carriera), accademiche [carriera e conoscenza (in Italia truccata la prima e scadente la seconda)] e commerciali (vendere e lucrare)?

Oggi, dietro a questa serranda, cerco qualcosa di simile, eppure così diverso. Un luogo dove guarire persone malate, ma, soprattutto, ove cercare soluzioni all’ingiustizia con la quale la legge Bossi-Fini nega ai bambini il pediatra di base. Un luogo dove fare il medico in modo equo e gratuito, com’era possibile (ma forse solo nella mia fantasia) nel Servizio sanitario nazionale.

Ma, allora, quando lei scrive: "La miseria è malattia che i medici non possono curare", sembra lecito qualche dubbio. Don Milani diceva: "Il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne da soli è l’avarizia. Sortirne tutti insieme è la politica". Non potrebbe essere – questa riflessione – una linea-guida utile per arginare la "medicina mercato" (la definizione è sua)?

Abbiamo laureato in Medicina un enorme numero di persone. Abbiamo formato medici in numero assai minore. Il risultato è che gli "avari" con laurea e specializzazione sono molti di più di quanti, pur indossando lo stesso camice, sono protagonisti del processo di cura. Ci hanno trasformato in "dirigenti d’azienda", inserito in "centri di costo", programmato "secondo evidenze scientifiche" finanziate da multinazionali, premiato con salari e benefits calibrati su carriere truccate e consumi indotti. Risultato: chi cura i malati è un fesso. Chi fa carriera e danaro è un furbo. Questo capolavoro politico-universitario ha reso la sanità insostenibile, portando la inappropriatezza a sistema e la risoluzione dei problemi ad una questione di "coscienza individuale", da lasciare ad Emergency, a Medici senza Frontiere o al resto del volontariato.

Perch soltanto l’impegno esterno, la nicchia di un volontariato e non un’azione dall’interno – nella grande, violenta, azienda sanitaria – resistendo ai soprusi (pagina 3 del suo libro) ed alle frustrazioni (pagina 32)? E contribuire ad un ospedale migliore?

Efficienza, efficacia ed appropriatezza delle cure vanno calibrate sulla capacità di curare, non sul danaro speso. L’ospedale migliore è quello dove il sindacalista fannullone non gode di privilegi maggiori di chi fa il proprio dovere, per umile che sia. L’insegnante universitario migliore non è chi si imbosca nel proprio studio privato sin dalle due del pomeriggio per seguire i propri "clienti", dopo le poche ore del mattino dedicate alla medicina pubblica. Costruire carriere su competenza e merito è passo obbligato. Logiche aziendali finte camuffano un clientelismo vero, basato su approssimazione e corruzione, nutrendosi di spreco e sostenendo le fulgide carriere di tanti "quaqquaraquà" in camice bianco.

"Un ambiente frustrato e di frustrati incoraggia rivalità". Sono sue parole. Vista la sua storia personale e i suoi "camici" settimanali, non sarebbe legittimo qualche sospetto?

Se lei vuol dire che il frustrato sono io, non ho difficoltà ad ammetterlo. A patto che la definizione di frustrazione sia "deprimente senso di inadeguatezza di fronte al compito". Quando ho scelto di fare il medico, l’ho fatto per curare i malati. Mi sono sentito frustrato ogni volta che non ci sono riuscito. Uno degli ostacoli maggiori incontrati è stata l’ignoranza. Ho provato ad affrontarla con due specializzazioni ed un master in USA. Il secondo ostacolo è stato la negligenza di colleghi ed amministratori. Ho provato ad affrontarlo in molti modi, ultimo dei quali rendere palesi le contraddizioni di un sistema. Ultimo ostacolo è stato l’imperizia. In tutte queste occasioni mi sono mosso da ingenuo principiante. Sì, è vero, mi sento inadeguato di fronte al compito, e non sono il solo, visto che godo della compagnia di tutti quei medici che ritengono proprio dovere curare i malati.

In ogni modo, come vede il futuro dell’offerta sanitaria da parte del "privato sociale"?

Come laboratori sperimentali di modelli nuovi di relazione di cura. Interessanti per qualunque politico serio che voglia osservarli e riproporli in scala maggiore.

Un’ipotesi: Cornaglia Ferraris assessore alla Sanità della Regione Liguria. Le prime tre cose che farebbe.
1. Cure e farmaci gratis per chi nasce in Liguria, anche se i genitori non hanno permesso di soggiorno.
2. Verifica scrupolosa delle competenze di chi dirige, e concertazione coi sindacati per inserire criteri di merito professionale ed umano (se preferisce, relazionale) nella definizione di responsabilità e salari.
3. Scuola regionale di formazione esperienziale per tutti gli operatori sanitari. Trasformare i crediti ECM in processi di cambiamento dei comportamenti di chi cura.

Ancora nel futuro: un politico o un tecnico al Ministero della Salute?

Ignazio Marino, un medico che ha ottenuto un anno sabbatico dal Jefferson Institute di Philadelphia, dove dirige il dipartimento di trapianti d’organo, ha rinunciato ad uno stipendio superiore a quello di Senatore della Repubblica, per provare a coltivare la meritocrazia nella sanità e nelle Facoltà di Medicina italiane. Tecnico puro, dotato di un etica scientifica e professionale rigorosa. Ce n’è bisogno ora.

Arrivano i primi cento, presto diventano mille. Ci vuole un altro pediatra e poi ancora uno ed un altro. Diventiamo sette, ma ci vogliono anche altri dentisti… Alla fine del terzo anno di attività, i bambini raggiungono la cifra di 1.406: clandestini per la sanità, scolari dell’obbligo per scuole ed asili.

Infine: quali consigli darebbe a un neolaureato in medicina?

Se vuole fare il medico, impari a curare i malati. Non finirà mai ed avrà tutte le soddisfazioni, emozioni e frustrazioni che tale lavoro ha dentro di s. Se vuole fare il dirigente d’azienda, scelga rapidamente un posto di lavoro diverso dall’ospedale e dai servizi sanitari territoriali.

Lei ha scritto: "Troppe parole e pochi fatti". Però continua a scrivere. Eccome.

Ma curo la gente che chiede il mio aiuto e scrivo solo nel tempo libero. Mi faccio carico della loro fragilità e supero, così, la frustrazione di parole scritte, forse buttate al vento o, forse, raccolte e diffuse senza che io nemmeno sappia come e con quali risultati. Ma la speranza che qualcuno ne colga il senso, m’aiuta a sentirmi in buona compagnia. Esiste una maggioranza silenziosa di curanti, ne sono convinto, stufi d’essere schiacciati da un sistema che ne disprezza le capacità. Non hanno tempo di scrivere, forse neanche di leggere, ma prima o poi qualcuna delle parole lanciate li convincerà che sono maggioranza. Quando ne prenderanno coscienza, gli "aziendalismi", il clientelismo e le "logiche del mercato" sanitario subiranno qualche scossone. Anche questa provocatoria intervista su "Recenti Progressi", potrà dire, così, d’aver dato un contributo.

Tornando nella mia città da un viaggio di lavoro salgo su un taxi, comunico l’indirizzo all’autista e mi rilasso; la mia attenzione viene attratta da un cartello, posto sullo schienale davanti a me, che recita: "Si accettano consigli sul percorso da seguire". Non dico una parola, ma rifletto a quante volte ho tentato timidamente di suggerire e quante volte sono stato rimbrottato con distacco professionale, con aria di compatimento o con palese insofferenza, e non posso fare a meno di pensare che forse alcuni pazienti avrebbero molto apprezzato da parte mia un atteggiamento di disponibilità all’ascolto e al confronto, avrebbero gradito poter dire la loro e poter condividere le scelte. Prima di arrivare, dico al tassista che quel cartello è sorprendente e civilissimo; mi ringrazia e mi domanda che lavoro faccio. Gli dico che sono medico e lui, quasi avesse letto nei miei pensieri, mi congeda dicendo: "Perch non lo mette anche lei nel suo studio?"

7 giugno 2006

 
Intervista pubblicata su Recenti Progressi in Medicina, maggio 2006

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