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Una ferita antica

Francesca Borrelli, L’Indice, su “La casa delle bambine che non mangiano
La casa delle bambine che non mangianoUno tra i non pochi paradossi che hanno investito le società del benessere occidentale nella seconda metà del Novecento riguarda il rapporto con il nutrimento: a fronte della fame e della miseria ancora irrisolte in geografie che non condividono le nostre forme di vita, i paesi più industrializzati conoscono un’offerta esorbitante di cibo e al tempo stesso l’insorgenza di disturbi alimentari così diffusi da fare parlare di una vera e propria epidemia sociale. Se ne discute, di solito, oscillando tra i due estremi della superficialità giornalistica e dello specialismo accademico, a volte esiliando la partecipazione emotiva altre volte enfatizzandola oltre misura. Tanto più prezioso, dunque, è l’equilibrio del contributo che arriva da questo libro scritto da Laura Dalla Ragione (“La casa delle bambine che non mangiano“, Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2005, ndr) per trasmettere i frutti pionieristici della sua esperienza di psichiatra, condotta nella prima struttura pubblica italiana interamente dedicata al trattamento dei disturbi alimentari, in età pediatrica ed evolutiva.

Prima che nel maggio del 2003 la residenza di Palazzo Francisci a Todi aprisse le sue porte alle giovani pazienti, nessun esempio del genere era stato neppure ten­tato sul territorio nazionale, ma nella lunga militanza di Laura Dalla Ragione nel campo della sofferenza mentale c’era una consulenza che, più di tante altre, si era prestata a costruire l’embrione del suo impegno attuale. Chiamata a visitare una bambina di undici anni ricoverata per una polmonite, cominciò a indagare su alcuni indizi che avevano già insospettito gli altri medici: la bambina piangeva continuamente, si alimentava a fatica e alternava tentativi di sminuzzare il cibo in frammenti piccolissimi a manovre per nasconderlo. La diagnosi rivelò un grave caso di ano­ressia mentale alla cui cura prese parte una équipe terapeutica multidisciplinare, che avrebbe costituito il primo nucleo di quella esperienza destinata a confluire nel lavoro della residenza modello intorno alla quale ruotano i racconti di tutto il libro.

Ugualmente lontano dall’autoreferenzialità propria di tanti testi scientifici come dal protagonismo di chi scrive in prima persona, il racconto di Laura Dalla Ragione si offre come appassionata testimonianza di un impegno corale, che nel corso del suo cam­mino ha sottoposto i presupposti di partenza a continue verifiche sul campo, imparando tra l’altro quanto caleidoscopica sia diventata quella galassia comunemente identificata come disturbo alimentare: l’anoressia e la bulimia, infatti, non sono che “gli estremi di un continuum fenomenologico” che accoglie patologie ibride. Sono sofferenze che si esprimono negli attacchi sfrenati di voracità, così come nella maniacale attenzione alla genuinità di ciò che si mangia, o in un’altra forma di autolesionismo insidiosamente più scoperta: quella di chi, procurandosi ferite, utilizza la propria pelle come un foglio sul quale incidere significati per i quali mancano le parole.

Sullo sfondo di questa varietà di disturbi associati ad altrettante anomalie comportamentali scorre un tema comune, il dolore legato alla problematica costruzione della propria identità. È a questo proposito che l’indagine di Laura Dalla Ragione va a scavare nei racconti delle mistiche medievali, rintracciando affinità forse insospettabili tra il tentativo di liberarsi di un corpo vissuto come ostacolo all’esperienza estatica e la ricerca ossessiva della magrezza. Non a caso una delle strategie terapeutiche più significative tra quelle che le pazienti di Villa Francisci sono tenute a sottoscrivere consiste nell’indirizzare lettere immaginarie al proprio corpo e alla propria malattia, al tempo stesso per riconoscerla e distanziarla quel tanto che serve a costruire una rinnovata percezione di sé. E se il luogo in cui si è accolti per venire curati gioca un ruolo così importante, è perché è necessario essere messi nelle condizioni ideali per stabilire una corrispondenza con il proprio spazio interno, allo scopo di rivisitare le proprie “stanze della memoria”, in un’armonia di sollecitazioni che tengano uniti il momento della terapia con quello della riabilitazione, le pareti psichiche con quelle in muratura e il perimetro del luogo di cura con i confini più estesi della città.

Della cura fa parte anche, se non soprattutto, l’organizzazione del tempo, che va saturato in modo capillare, non solo seguendo tecniche della medicina non convenzionale, che evitino l’aggressione degli psicofarmaci, ma anche alternando atelier sull’arte a laboratori di fotografia, di teatro, di bricolage. Non è una rincorsa all’acquisizione di nuove abilità quella che si gioca in questi spazi, la contesa è infatti ben più drammatica e riguarda la necessità di interrompere le proprie ideazioni ossessive, impegnando la mente in attività che riducano l’ansia, sottraggano alla tirannia dello specchio o, nei casi molto più insidiosi di bulimia, abbiano ragione dell’incontinenza impulsiva che dal cibo spesso si estende a altri comportamenti patologici, fino a sfociare nella cleptomania, nella promiscuità, e inconsciamente concepite come rimedi a “una ferita antica”.

Più volte Laura Dalla Ragione torna ad affrontare la complessità di uno stesso problema provando a sbrogliare la matassa da bandoli diversi: anche qui sta il fascino della sua esposizione, nell’attrarre verso un centro di osservazione che offre prospettive diverse, esponendo la propria esperienza a quella altrui, mettendo in gioco una competenza che ha affinato i suoi strumenti contagiandoli con quella passione affettiva che, sola, rende possibile un cammino di conoscenza davvero condivisibile, e dunque spendibile per una causa comune.

1 marzo 2006

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