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Una storia senza fine

aids-verita-negata-600x533La domanda che un lettore del libro del dott. Giovanni Maga si pone sicuramente alla fine della lettura è il perché ci sono ancora persone (anche di scienza) che negano l’eziologia virale dell’AIDS (ormai strettamente associato anche nella sua forma letteraria come HIV/AIDS). Il dott. Maga dedica un po’ meno del 50% del suo libro a riportare e confutare le numerose teorie negazioniste della causa virale dell’AIDS. E il titolo del libro evidenzia bene l’importanza di confutare queste cosiddette teorie negazioniste proprio per non compromettere un buon trattamento della malattia HIV/AIDS e l’efficacia della terapia antiretrovirale. Nell’altro 50% del libro, il dott. Maga riporta, con dovizia di particolari e di notizie, la storia del virus HIV che ai primi anni del secolo scorso passa dallo scimpanzé all’uomo ed esce dalla grande foresta equatoriale dell’Africa Centrale (Congo-Camerun-Gabon), il secondo polmone del nostro pianeta dopo l’Amazzonia. Così comincia il suo percorso verso tutti i continenti del nostro pianeta, prima con i marinai che univano le coste dell’Africa occidentale con l’Inghilterra, e poi con il personale di volo che univa l’Europa con gli Stati Uniti, il famoso paziente Zero.

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Il libro quindi racconta come HIV/AIDS è riconosciuta come malattia negli Stati Uniti, grazie allo sviluppo di una tecnologia che permetteva di quantizzare il numero dei linfociti T CD4 e dove il primo paziente Zero e tanti altri giovani americani sono associati alla comunità omosessuale. Forse è da questa prima fase di riconoscimento e associazione che l’AIDS si porta addosso il marchio sociale che ancora oggi caratterizza la difficoltà ad accettare questa infezione. E quindi è forse meglio negarla! Anche per il virus dell’Ebola (anche lui uscito dalla foresta equatoriale e passato all’uomo dallo scimpanzé) ci sono dei negazionisti e complottisti. Qualche giorno fa, la scrittrice americana e femminista Noemi Wolf, una volta consigliera politica di Clinton, ha sostenuto con un post su Facebook che l’epidemia di Ebola in Africa Occidentale non esiste, ma è utilizzata dai militari USA per destabilizzare, così come non esiste il Califfato Isis, e gli ostaggi decapitati sono degli attori! La mia esperienza in Africa mi porta a dire che le teorie negazioniste sono state ampiamente superate in questo continente che ha oltre l’80% dei malati di HIV/AIDS. E questo nonostante che in alcuni paesi dell’Africa, e il dott. Maga riporta nel suo libro il Sud-Africa come esempio di negazionismo di stato, per molto tempo si sia cercato di negare l’origine virale dell’AIDS. Tuttavia, posso dire che oggi nessun malato africano non prende la terapia perché nega l’esistenza del virus HIV. Non la prende o perché non sono a disposizione i farmaci, o perché la medicina occidentale non è ancora stata fatta propria dalla cultura africana. Per esempio, il livello di accettazione della terapia dalle madri africane per i loro bambini è quasi del 100%, dimostrando che le madri africane hanno ben compreso la causa virale e, quindi, sono pronte a modificare l’atavica avversione a qualsiasi terapia che non sia quella tradizionale.

A parer mio, la parte più interessante del libro è quando sono presentati i numerosi farmaci sviluppati contro l’HIV, l’importanza della diagnosi precoce e la possibilità di guarire. Bello il racconto del Paziente di Berlino, non solo per la particolarità del caso (trapianto cellulare) ma per il messaggio di speranza che porta con sé: dall’HIV/AIDS si può guarire! Il caso che nel 2013 (anno di scrittura del libro) ha fatto scalpore nella comunità scientifica (e non solo) è stato il “Mississippi Baby”, una bambina nata da madre sieropositiva, diagnosticata alla nascita e subito trattata con i farmaci antiretrovirali, e che per un periodo di un anno in assenza di terapia, non c’era stata la replicazione del virus e addirittura era siero-negativa, cioè non aveva anticorpi contro HIV nel sangue. Purtroppo nel gennaio 2014 sono state pubblicate le evidenze di un ritorno di replicazione virale nel “Mississippi Baby”, smorzando gli entusiasmi legati alla possibilità di eradicazione virale, almeno in casi di neonati trattati precocemente. Una successiva evidenza che il trattamento antiretrovirale, anche se precoce, non sia in grado di eradicare il virus è stato riportato in questo mese sull’importante rivista medica britannica Lancet e descritto come il “Milan Baby”, un neonato di Milano anche lui diagnosticato e trattato con farmaci virali alla nascita, siero-negativo, ma che col tempo ha di nuovo permesso al virus di replicarsi. Tuttavia, questi casi di neonati trattati precocemente hanno permesso di sensibilizzare i governi di molti stati africani affinché potenziassero i programmi di diagnosi neonatale d’infezione da HIV e cominciassero subito il trattamento con farmaci antiretrovirali.

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Il trattamento precoce con farmaci antiretrovirali è ormai considerato importante dalla maggior parte dei clinici. Questa “ovvietà” di trattare con farmaci antiretrovirali soggetti con replicazione virale corrisponde alla prassi ormai ben consolidata dell’uso di antibiotici in caso d’infezione batterica. Tuttavia, questa prassi non è stata applicata per quasi trenta anni per l’AIDS. In questo lungo periodo, le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e quelle di tutti i paesi europei e americani indicavano di iniziare il trattamento solo quando il paziente mostrava chiari segni di immunodeficienza (i linfociti Cd4 sotto 200-500/μl). Ora le nuove linee guida hanno chiarito che bisogna avere come parametro la carica virale, più che il numero di linfociti T CD4, e iniziare e proseguire il trattamento finché il virus non scompare dal sangue (ma probabilmente non in alcuni tessuti dove rimane come riserva). Il libro del dott. Maga spiega bene questo limite dell’attuale terapia antiretrovirale. Questo ritardo di anni nell’applicare la terapia sulla causa (la replicazione virale) e non solo sull’effetto (diminuzione dei linfociti CD4) è in gran parte dovuto ad aspetti tecnologici, in particolare il precoce sviluppo di tecniche d’identificazione di linfociti T CD4 (che al tempo dell’identificazione dell’AIDS era già sviluppato), e il tardivo sviluppo di tecniche di amplificazione molecolare che oggi permettono di evidenziare la quantità di HIV presente nel sangue di un paziente, e quindi modulare meglio il trattamento con farmaci antiretrovirali.

Il libro del dott. Maga affronta anche il problema del vaccino contro l’HIV/AIDS, la grande speranza che al momento della scoperta del virus faceva dire agli scienziati che nel giro di pochi anni si sarebbe trovato un vaccino efficace. Purtroppo si è sottovalutato che il virus infetta proprio i linfociti T CD4 che sono essenziali per sviluppare una buona risposta anticorpale e citotossica protettiva. Oltre trenta vaccini sviluppati e saggiati clinicamente hanno dato pochissimi risultati convincenti di protezione. È stata la più grande delusione della storia dell’HIV/AIDS, specialmente se messa a confronto con il grande successo della scoperta di farmaci antiretrovirali. Sarà l’infezione da Ebola a riscattare gli immunologi nella preparazione di un vaccino efficace? Nei prossimi mesi avremo questa risposta, che potrebbe quindi dare un nuovo impulso alla ricerca vaccinale per HIV/AIDS, anche se per HIV la difficoltà è sicuramente maggiore che per Ebola.

In conclusione Maga ci offre un testo a carattere anche divulgativo su un tema, nonostante i tentativi negazionisti, ancora attuale e cruciale per la salute di molti. Un libro pertanto di vivo interesse per i diversi professionisti della salute che a vario titolo, compresi quindi anche gli infermieri, possono intervenire, sia nel contesto della salute pubblica e preventiva (l’educazione innanzitutto!), che in quello della diagnosi precoce e cura, al fine di migliorare l’aderenza alla terapia, ridurre la trasmissione verticale e prevenire la malattia conclamata.


Recensione originariamente pubblicata sulla rivista “L’infermiere” (numero 5, settembre-ottobre 2014), organo ufficiale della Federazione Nazionale dei Collegi Ipasvi.


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