Con Un’altra pratica della cura. Un ponte tra due sponde appena pubblicato da Il Pensiero Scientifico Editore, Sandro Spinsanti propone un percorso che si colloca al crocevia tra bioetica, medicina narrativa, Slow Medicine e medical humanities. Un ambito ben noto a chi si occupa di qualità dell’assistenza, ma che – come ricorda la stessa presentazione del volume – rischia oggi di essere marginalizzato di fronte a urgenze come la scarsità delle risorse e la necessità di riorganizzare i servizi sanitari.
Eppure è proprio in questo spazio, complesso e spesso conflittuale, che si gioca la possibilità di una “buona cura”. Spinsanti invita il lettore a entrare in quello che definisce un vero e proprio cantiere: un terreno in trasformazione, nel quale «vengono rimessi in discussione ruoli e comportamenti standardizzati da secoli», ma anche un ambito attraversato da segnali di speranza e da esperienze capaci di rinnovare profondamente la relazione di cura.
Già nel prologo, l’autore chiarisce il senso del suo lavoro e il modo in cui intende coinvolgere il lettore. «Sono un piccolo libro, ma ambizioso», scrive, dichiarando fin dalle prime pagine la volontà di accompagnare chi legge «in un terreno quanto mai impegnativo: quello dove prende forma la buona cura». Un territorio che, aggiunge, è «pieno di conflitti», ma anche «l’ambito delle più profonde soddisfazioni, tanto per chi la cura la eroga quanto per chi la riceve, quando le cose prendono la piega giusta».
L’immagine del libro che “si presenta” al lettore non è solo un espediente narrativo. Rimanda a una pratica concreta della medicina contemporanea, cara al movimento della Slow Medicine: l’autopresentazione del professionista al paziente. Un gesto semplice, ma non scontato, che segna l’avvio di una relazione autentica. Non a caso, Spinsanti richiama il progetto «Buongiorno, io sono…», sottolineando per contrasto quanto questa pratica sia ancora poco diffusa: «Alzi la mano chi ha avuto l’esperienza felice […] di avviare una relazione terapeutica introdotta dall’autopresentazione del curante».
Il libro si rivolge a una pluralità di interlocutori: professionisti sanitari, caregiver, ma anche a ogni persona che, in quanto tale, è inevitabilmente coinvolta nella dimensione della cura. «O sei, come tutti, semplicemente un essere umano che, dal primo vagito all’ultimo rantolo, “è di Cura”?», si legge nel prologo. Una prospettiva che amplia il campo ben oltre i confini della pratica clinica, per restituire alla cura la sua natura originaria e universale.
A questa dimensione allargata fa riferimento anche Marina Piccone, che in un articolo pubblicato il 30 marzo su L’Osservatore Romano sottolinea come «il prendersi cura — l’avere premura, attenzione e interesse verso l’altro —, è una condizione originaria che accompagna l’intero percorso esistenziale dell’uomo». Riprendendo una citazione dello scrittore latino Igino, la giornalista ricorda che «finché l’uomo vive è di Cura», evidenziando la portata antropologica della riflessione di Spinsanti.
Il cuore del volume è rappresentato dall’idea di un “ponte tra due sponde”: quella di chi cura e quella di chi è curato. Due ambiti distinti ma inseparabili, che trovano la loro sintesi nella relazione. «Dovunque tu ti collochi, è verso l’altra sponda che devi muoverti», scrive l’autore nel prologo, perché «la buona cura […] richiede un’opera congiunta, un impasto che nasce dall’incontro e dalla collaborazione». Un passaggio ripreso anche da Piccone, che sottolinea come sia necessario sapersi spostare da una sponda all’altra, «perché questa richiede un’opera congiunta, un impasto che nasce dall’incontro e dalla collaborazione delle mani degli uni e degli altri».
All’interno di questo quadro, Spinsanti analizza le diverse “posture” che possono caratterizzare il professionista della salute. L’articolo di Piccone ne offre una sintesi efficace, distinguendo tra approccio scientista, vitalista, specialistico, filantropico e conversazionale. Si tratta di modelli che orientano in modo significativo il percorso terapeutico e che incidono, come sottolinea la giornalista, «in maniera determinante» anche sulle scelte relative al fine vita.
Particolare attenzione è dedicata alle cure palliative, che l’autore invita a considerare non come un intervento residuale, ma come parte integrante del percorso di cura. «Ciò che le caratterizza è solo una diversa modalità che dovrebbe svilupparsi simultaneamente», afferma Spinsanti, come riportato nell’articolo. Una prospettiva che tiene insieme dimensione clinica, relazionale e spirituale, senza ridurre quest’ultima a un ambito esclusivamente religioso.
Non meno delicato è il tema del suicidio medicalmente assistito, affrontato nel volume alla luce del quadro normativo italiano e del dibattito etico in corso. Piccone evidenzia come Spinsanti inviti a evitare «contrapposte tifoserie», proponendo invece un uso più preciso del linguaggio e distinguendo chiaramente tra pratiche diverse. In questo contesto, l’autore suggerisce di parlare di «aiuto medico a morire», sottolineando che, come scrive Piccone, «è il malato stesso a togliersi la vita e l’eventuale aiuto medico consiste nel prescrivere e porgere il prodotto letale».
Il percorso si chiude con una riflessione che riassume il senso complessivo del libro: la necessità di tenere insieme le diverse dimensioni della cura – professionale, familiare, sociale – in una visione integrata. Come scrive Piccone, Spinsanti «svela il segreto della buona cura: “Tenere insieme chi la dona e chi la riceve, prima della morte, nel tempo del morire e dopo che la morte ha separato […] senza riuscire a tranciare il filo che li tiene uniti”».
In questa prospettiva, Un’altra pratica della cura si configura come un invito a ripensare in profondità il significato stesso del curare. Non una semplice prestazione tecnica, né un insieme di procedure, ma un processo relazionale e umano che riguarda tutti. Un cantiere aperto, appunto, nel quale – come ricorda Spinsanti – «siamo immersi».
Erica Sorelli
Ufficio Stampa Il Pensiero Scientifico Editore


Interessante ma generico per chi cerca linee guida pratiche applicative su patologie cardiovascolari