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Medico e bibliofilo fiorentino

Lavoro e formazione professionale

Nella formazione di un medico, contano i “Maestri”?

Per alcuni certamente. Purtroppo non mi posso “vantare” di avere avuto dei “Maestri”, che mi abbiano formato con continuità. Una persona di riferimento, con cui ho iniziato a lavorare, è stato il professor Luciano Gambassini, medico condotto negli anni a cavallo della guerra, poi assessore alla sanità della Provincia di Firenze e fondatore del Centro di medicina sociale, trasformato successivamente in Centro per lo studio e prevenzione oncologica (oggi Ispro). Ha avviato, primo in Italia, lo screening per il tumore del collo dell’utero (con il pap test) e il tumore della mammella; si andava nelle piazze con i mezzi mobili e si faceva educazione sanitaria per promuovere l’autopalpazione. Ha scritto un bel libro di memorie: “Medico fra la gente” (Firenze: Nuovedizioni Enrico Vallecchi, 1981).

Ha passato periodi di studi all’estero dopo la laurea? Se sì, dove e per quanto tempo?

Brevi periodi all’estero – troppo brevi – ma molto interessanti: due mesi a Southampton, con una borsa di studio al Medical Research Council. Era diretto da una personalità di grande spessore, Sir Donald Acheson (allora non era ancora Sir; lo divenne dopo aver diretto il National health service!), con cui eravamo in collaborazione sul tema della esposizione professionale e adenocarcinoma dei seni paranasali. Il suo gruppo di ricerca aveva evidenziato la correlazione con l’esposizione a polvere di legno nei tornitori, mentre il nostro gruppo, coordinato da Eva Buiatti, con la polvere di cuoio nei calzaturifici.

Poi per un periodo analogo a Londra da Michael Alderson, all’Istituto nazionale di statistica, visitando vari registri tumori e a Losanna, per due mesi presso il Registro tumori, allora diretto da Fabio Levi.

Tuttavia la mia nostalgia è per i brevi, ma molteplici, soggiorni a Lione per seguire i corsi o collaborare con la Iarc (Agenzia internazionale di ricerca sul cancro), diretta da Lorenzo Tomatis e in cui lavorava Rodolfo Saracci quale direttore dell’epidemiologia. Avevo trovato alloggio da alcuni amici, di cui ho ancora la chiave di casa, sul lungo fiume. Una attività che portò alla pubblicazione del volume “Cancer in Italian migrant populations” (IARC Scientific Publication, anno 1993, numero 123).

Le principali ragioni per cui ha scelto la sua professione…

Mi vergogno un po’ a confessarlo: pensavo che sarei diventato autonomo se avessi avuto problemi di salute: non avrei dovuto ricorrere più medico per problemi fisici, dopo che avevo smesso di ricorrere al prete per problemi spirituali! Anche questa un’illusione. Pessimo studente liceale (a ottobre tutti gli anni, fin dalla seconda media!). Poi mi sono laureato in medicina a 23 anni con una tesi sperimentale, in seguito pubblicata, in farmacologia.

Qual è la maggiore soddisfazione da lei avuta nella vita professionale?

Aver dato un rilevante contribuito alla complessiva ristrutturazione (con restauri nelle parti monumentali) dell’Ospedale di Santa Maria Nuova, fondato nel 1288 nel centro di Firenze, e ad aver istituito il Registro tumori della provincia di Firenze.

E la più grande delusione?

L’ho rimossa.

Qual è la parte del suo lavoro più gratificante?

Il confronto con altre professionalità, non solo cliniche, ma anche di provenienza diversa: architetti, ingegneri, sociologi, demografi…

E la più noiosa?

Non mi sono mai annoiato nel lavoro, neanche nelle funzioni che vengono definite burocratiche – amministrative. Anzi per tali problematiche spesso ricorrono a me, forse per alcune mie esperienze in qualità di amministratore pubblico.

Qual è il commento più memorabile che ha ricevuto da un referee?

Non è proprio di referaggio, ma per un incarico di coordinamento di un gruppo di lavoro: “Lei è troppo qualificato per questo tipo di attività…”, però non era un complimento…

Può descriverci l’ambiente nel quale lavora? Cosa ha appeso alle pareti del suo ufficio?

Ora lavoro nello studio, in casa. In ufficio avevo un pannello di sughero con alcune foto di viaggi, anche in Guatemala dove avevo tenuto un corso ad Antigua. Alla parete un poster con la raffigurazione schematica degli ospedali francesi

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Sfide e scommesse

Quale sarebbe la prima cosa che cercherebbe di fare se fosse ministro della salute?

Riorganizzare e potenziare il Ministero.

Uno dei suoi libri riguarda la sostenibilità del servizio sanitario nazionale: su cosa cercherebbe prima possibile di intervenire per rendere il sistema sanitario equo e sostenibile?

Riformare la sanità territoriale con i medici di medicina generale organizzati in équipe multiprofessionali (Unità complesse di cure primarie).

Cambiamo ambito: se fosse ministro dell’economia e delle finanze?

Una serie di provvedimenti finalizzati a ridurre le diseguaglianze. Fabrizio Barca e il Forum diseguaglianze diversità offrono indicazioni adeguate in proposito.

Quale politico inviterebbe volentieri a cena?

Ho già pranzato con vari politici e mi riferisco a pranzi informali, anche a quattrocchi (oltre a qualche occasione ufficiale): per esempio con A, B, P, per dare qualche iniziale. Pertanto escludendo questi inviterei Massimo D’Alema. Si può essere talora in disaccordo con quel che dice, ma dice sempre cose intelligenti. Poi credo si intenda di vino, e me ne intendo anche io; potremmo confrontarci – praticamente e “operativamente” – su tale argomento.

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Letture e scrittura

Come trova il tempo di scrivere e dove?

Scrivo con grande fatica, non sono uno scrittore rapido. Mi avvantaggio grazie a una qualche sistematicità nel raccogliere e schedare articoli, rassegne stampa, ritagli di giornali, foto ecc. Ho scritto durante l’estate e talora dopo cena. Se mi indigno riesco a scrivere più sinteticamente e più correttamente, ovvero, come diceva Giovenale: Indignatio facit versum.

Online oppure offline?

In tutti e due i modi. Scrivo alcuni pezzi a mano, con la stilografica, specie per gli interventi orali. Il movimento manuale ha connessione con il cervello, nell’area ideativa, come dimostrano ricerche neurologiche raffinate con risonanza magnetica.

Il refuso più “pericoloso” che le è sfuggito di mano…

Un’infinità, anche errori ortografici (che io chiamo appunto “refusi”) che però non arrivano agli editori perché Giovanna, mia moglie, rivede con estrema capacità e pignoleria gli scritti (quelli più rilevanti).

Ha mai scritto una poesia? O ha mai sognato di scrivere una poesia?

Una in età giovanile, breve e corta, riferita al fiume Tevere. Si ispirava, o imitava, i più brutti versi del Carducci. Non la conservo.

E un diario?

Dagli inizi degli anni Settanta ho quaderni su cui scrivo, ma si tratta di appunti, o elenchi di cose da fare, raramente sono diaristica e per lo più riferita a viaggi o visite di mostre. Utili tuttavia per rintracciare questioni, date e problematiche (o affermazioni!) dimenticate dai più, anche da chi le ha pronunciate. Chi conosce questa mia abitudine talora teme questo materiale…

Quale libro ha sul comodino?

Molteplici, alcuni non letti completamente, altri solo iniziati. In realtà accanto ho un cassettone. Ora c’è anche “Antologia Palatina” nell’edizione Einaudi e il volume dei Meridiani dedicato ai poeti greci del Novecento. Sono un lettore disordinato.

Qual è l’ultimo libro che ha regalato?

John Williams: “Augustus”. Un capolavoro.

Il libro che vorrebbe portate su un’isola deserta?

La sola idea dell’isola deserta mi mette angoscia e per un bibliofilo scegliere un solo libro… Io viaggio con una scorta che resta spesso intonsa… Teoricamente consiglierei l’opera omnia di George Simenon – il Balzac del ventesimo secolo! –, purtroppo però non esiste (neanche in francese nella Pléiade) e mi sembra difficile viaggiare con un centinaio di volumi dell’Adelphi. Porterei l’opera omnia di Shakespeare, un volume edito dalla Sansoni nel 1964 (senza testo inglese a fronte, come invece nei Meridiani, ma sono troppi volumi).

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Ricordi, passioni e…

Qual è stato il suo primo “esame”?

Biologia con il professor Leo Pardi che faceva interessantissime lezioni parlandoci di una cosa a noi ignota e assai recentemente individuata: l’rna.

Ha delle paure nascoste che può confidarci?

Sono, appunto, nascoste.

Il più bel ricordo?

La nascita delle figlie.

Qual è il suo più grande rammarico?

Non aver sfruttato adeguatamente la mia memoria visiva nel campo artistico; forse era quello il mio mestiere… Vedo un quadro e diventa una fotografia indelebile nella mia testa, mentre ho difficoltà a ricordare scritti, poesie, nomi, citazioni.

Una lettera che non ha mai spedito?

Non ricordo, non credo vi sia.

Le parole che non mai detto?

Quelle che ho dimenticato.

Il compleanno più bello?

Si festeggiano tutti i compleanni e sono tutti belli.

C’è qualcosa a cui non rinuncerebbe?

Faccio, o tento di fare, poche rinunce. Vorrei leggere di più e con più attenzione.

Una cosa che la appassiona?

Troppe.

In cucina preferisce stare al tavolo o ai fornelli?

In entrambi i posti: prima ai fornelli e poi a tavola.

Si mangia per sopravvivere o per godere?

Per godere con parsimonia.

Veg o carne?

Carne.

Birra o vino?

Vino.

Che cosa ama di più del suo Paese? E cosa meno?

Il paesaggio (anche urbano). Detesto l’incostanza, la non continuità nelle decisioni, nei programmi…

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Curiosità

I giornali li legge sulla carta o online?

Uno su carta (Corriere della sera) e uno online (la Repubblica), poi la rassegna stampa sulle questioni sanitarie. La domenica amplio al Domenicale del Sole 24 Ore.

Qual è la prima pagina che guarda sul giornale?

Scorro i titoli fin dalla prima pagina e mi riprometto di approfondire, cosa che non sempre avviene.

La televisione serve a guardare…

A distrarsi, oltre il telegiornale. Poi qualche buon film o opera su Rai 5.

Chi le telefona più spesso?

Quelli che fanno promozioni, a cui riattacco o fingo di essere il maggiordomo.

Il momento migliore della giornata: l’alba o il tramonto?

Dipende.

E il miglior giorno della settimana?

Dipende. Sono contento quando vado a lavorare, cosa che ancora faccio qualche giorno alla settimana, partendo alle 7. Ma amo anche la domenica.

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Tempo libero

Quale musica ascolta e dove?

Nel salotto, stanza al piano superiore a cui si accede dalla biblioteca. È dedicato a musica e televisione. Classica.

Il suo film preferito?

Forse… “La Marchesa Von…” di Éric Rohmer.

Treno, auto o aereo?

Dipende dalla necessità. Amo guidare, ma anche gli altri mezzi di trasporto. In treno si legge bene.

Lo sport preferito?

Camminare.

Mare o montagna?

Amo le Dolomiti e la Maremma, dove ho una casa. Il mare meraviglioso solo quando non c’è gente. Evito le spiagge non deserte.

La vacanza più bella?

A Cipro, dove vive una mia figlia.

La città italiana che più ama?

Firenze.

La città europea più bella?

Amo, come scriveva Rimbaud, tutte le città europee dai parapetti alti. Forse Parigi…

Commenti

  1. CIRINO ZAPPALÀ 24 Novembre 2021 at 18:51 Rispondi

    Un intervento probabilmente irrituale.
    Per Marco Geddes.
    Una curiosità:
    Sono un cardiologo tuo coetaneo Credo di averti conosciuto al corso AUC medici (ottobre-dicembre 1974) ma non ne sono completamente certo(i ricordi sono sbiaditi). Me lo confermi?

  2. ivana truccolo 24 Novembre 2021 at 19:45 Rispondi

    Molto bello e umano questo ritratto. Io ricordo di averla ascoltata ad Aviano/Pordenone l’anno prima della pandemia. Ho letto il suo libro sulla sostenibilità del SSN, un approccio interessante, da far conoscere. Si vede che non è appassionato dei recinti chiusi ma degli incroci fra discipline e sa interpretare punti di vista diversi. Mi piacerebbe che fra le persone che ama frequentare ci fossero anche i bibliotecari documentalisti, comunque apprezzo abbia che citato i sociologi (spero ne abbia incontrato qualcuno bravo!)

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