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Quando il teatro diventa il proprio teatro

Lavoro e formazione professionale

Nella formazione di un medico, contano i “Maestri”?

Non so rispondere a questa domanda, perché non so bene cosa sia un “Maestro”: chi forza l’allievo alle proprie idee, o chi gli lascia autonomia nelle proprie scelte? Chi dà l’esempio, o costruisce opportunità, o predefinisce un solco da percorrere? Forse, un solo “Maestro” è pericoloso. Io non credo di essere stato un maestro per nessuno, ho solo cercato di essere un buon docente.

Nella sua formazione, può dire di avere avuto un Maestro?

No, ma ricordo Guido D’Alfonso, che mi ha lasciato completamente libero di percorrere la landa della mia formazione, Ettore Marubini, che mi ha dato opportunità di crescita, che posso dire di avere colto, e, soprattutto, Giulio Maccacaro, che non ho mai conosciuto, ma che ho letto avidamente in un periodo cruciale della mia formazione. Poi ho avuto tanti interlocutori, ma, andando indietro con la memoria, credo di essere stato fondamentalmente solo.

Ha passato periodi di studi all’estero dopo la laurea? Se sì, dove e per quanto tempo?

No.

Le principali ragioni per cui ha scelto la sua professione…

Nel 1969 ho scelto medicina per il prestigio sociale della professione; dopo sono cambiate molte cose. Dagli scritti di Maccacaro – che mi affascinava per la sua esigenza di verità e per il suo magnifico italiano – ho capito che un altro mondo era possibile, non potevo solo “fidarmi”, dovevo anche capire, dovevo imparare a motivare le mie scelte. Solo dopo ho capito che mi piaceva fare ricerca e insegnare. È evidente che ci metto un bel po’ di tempo a capire le cose.

Qual è la maggiore soddisfazione da lei avuta nella vita professionale?

Le lacrime di mia madre, mentre mi cuciva la toga, quando sono diventato professore.

E la più grande delusione?

Ce ne sono state diverse, ma non vale la pena ricordarne nessuna.

Qual è la parte del suo lavoro più gratificante?

Il mio lavoro, che è veramente bello.

E la più noiosa?

Da buon Narciso, come potrei annoiarmi?

Qual è il commento più memorabile che ha ricevuto da un referee?

“Vorrei vederne altri di lavori così”.

Può descriverci l’ambiente nel quale lavora? Cosa ha appeso alle pareti del suo ufficio?

Bella domanda. Alle spalle della mia scrivania ci sono cinque poster su Napoli, commissionati a vari artisti dalla Fondazione Napoli ’99, e un orologio, che mi hanno regalato gli studenti dell’edizione 2017-18 del laboratorio teatrale, le cui ore richiamano i libri da loro scelti per il laboratorio. Sulle altre pareti, da un lato c’è un manifesto su Napoli, con dedica, realizzato da Moebius per Futuro remoto 1987, e, dall’altro, una locandina con un’immagine di Laurel e Hardy dal film “Noi siamo le colonne” (titolo originale “A chump at Oxford”). In fondo una banale libreria.

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Sfide e scommesse

Quale sarebbe la prima cosa che cercherebbe di fare se fosse Ministro della salute?

È vero che in Italia siamo tutti allenatori di calcio, ma non ancora, credo, ministri della salute.

Cambiamo ambito: se fosse Ministro dell’università e della ricerca?

Idem.

E se fosse Consigliere scientifico del Governo?

Idem. Bisogna costruirle le competenze, io sono solo un vecchio topo di biblioteca.

Quale politico inviterebbe volentieri a cena?

Chiunque, se fosse un mio amico.

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Lettura o scrittura

Come trova il tempo di scrivere e dove?

Per lo più a casa, nei fine settimana.

Online oppure offline?

Umberto Eco diceva che la penna induce alla riflessione, il computer a scrivere quello che passa per la mente. Ormai però è talmente comodo scrivere al computer! Rileggo, e modifico, cento volte quello che scrivo.

Il refuso più “pericoloso” che le è sfuggito di mano…

Non me lo ricordo, ma sono un eccellente correttore di bozze.

Ha mai scritto una poesia? O ha mai sognato di scrivere una poesia?

Certo, al liceo. Sono arrivato anche secondo ad un concorso d’Istituto, con una poesia sulle lampare (!?). Ma la poesia, con il suo linguaggio “sbagliato”, non mi appartiene; mi definirei piuttosto un tipo “prosaico”. Mi affascina, però, una prosa “poetica”, fatta di assonanze, analogie, scarti tematici.

E un diario?

Assolutamente no. Va bene lo stesso un quaderno di citazioni, raccolte e conservate, senza riferimenti temporali?

Quale libro ha sul comodino?

Non ho un comodino, e non leggo a letto. Il mio sito di lettura preferito è la metropolitana.

Qual è l’ultimo libro che ha regalato?

Un esperimento di medicina narrativa”, ma forse non vale.

Il libro che vorrebbe portare su un’isola deserta?

Quando leggi, sei sempre in un’isola deserta.

I suoi scrittori preferiti?

Leggo molto e non ho scrittori preferiti. Ma ho tre romanzi che mi hanno segnato:

  1. “Il tempio e la spada”, di Rosario Macrì; lo leggevo ogni estate da ragazzo. A memoria, racconta la vita quotidiana a Dertona, un piccolo paese in provincia di Genova, durante i fasti di Roma. Mi piaceva la visione a binocolo rovesciato della grandezza di Roma, lontana e suggerita solo dalle coorti che transitavano verso la Gallia. La grande città era Genova. Ho preferito conservare questo ricordo, e non l’ho più letto da adulto.
  2. “L’isola di Arturo”, di Elsa Morante. Mi ha riconciliato con la lettura, dopo un lungo periodo, in cui l’avevo abbandonata per studiare soltanto.
  3. “La schiuma dei giorni”, di Boris Vian. Mi ha esaltato e sconvolto, all’ultima pagina piangevo. Ho voluto condividerlo con i miei studenti nella seconda edizione del laboratorio teatrale. Il libro è pieno di orecchiette per segnare i passi preferiti.

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Ricordi, passioni e…

Qual è stato il suo primo “esame”?

E chi si ricorda? Credo di essermi sempre sentito “sotto esame”.

Ha delle paure nascoste che può confidarci?

Ho paura dell’altalena. Anche solo vedere chi vola, o si getta, nel vuoto, mi fa gelare il sangue.

Il più bel ricordo?

Quello che mi ritorna alla mente, richiamato da un’immagine, un suono, … Io ho una pessima memoria.

Qual è il suo più grande rammarico?

Potrei certamente essere migliore di quello che sono, ma direi che ormai è tardi per cambiare.

Una lettera che non ha mai spedito?

C’è una lettera, che, da studente presuntuoso e ignorante, scrissi al professor Maccacaro per avere aiuto nella tesi che avevo scelto di fare (e che poi non ho più fatto, perché improponibile). Incredibilmente, pur essendo ricoverato in ospedale per una frattura, Maccacaro mi rispose (incredibilmente, pensando ai miei docenti di allora). Mi sentii una persona, considerata e rispettata; ho cercato sempre di ricordarmene dopo, quando sono stato io ad insegnare.

Le parole che non mai detto?

Tante. Spessissimo, mi sono sentito come Renzo Tramaglino dopo la visita ad Azzeccagarbugli: “avrei potuto dire”, “avrei potuto fare”. Tra i miei pregi di certo non c’è la prontezza di spirito.

Il compleanno più bello?

????

C’è qualcosa a cui non rinuncerebbe?

Gli amici.

E qualcosa a cui vorrebbe rinunciare?

Vorrei essere più ‘leggero’.

Una cosa che la appassiona?

Praticamente tutte.

In cucina preferisce stare al tavolo o ai fornelli?

Una volta ho cercato di scolare la pasta in brodo. Cosa posso rispondere?

Si mangia per sopravvivere o per godere?

Perché togliere il gusto alla vita?

Veg o carne?

Formaggio.

Birra o vino?

Birra.

Che cosa ama di più del suo Paese? E cosa meno?

La creatività. L’approssimazione. (Delle persone che vedo, ma non credo siano un campione rappresentativo del “Paese”).

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Curiosità

I giornali li legge sulla carta o online?

Non leggo più i giornali. Ascolto i telegiornali e le rassegne stampa.

Qual è la prima pagina che guarda sul giornale?

Diciamocelo, molte di queste domande sembrano i temi che facevamo a scuola. Nel 1962 feci una bellissima figura, in seconda media, rispondendo “la prima” ad una analoga domanda, e parlando nel tema della crisi missilistica di Cuba! Ero il primo della classe, e il tema fu pubblicato nel giornale della scuola. Grande.

La televisione serve a guardare…

TV Talk, e, più recentemente, Passato e presente (registrato).

Chi le telefona più spesso?

Banalmente, moglie e figlia.

Il momento migliore della giornata: l’alba o il tramonto?

Né l’una né l’altro. Sono a mio agio solo con la luce piena del giorno.

E il miglior giorno della settimana?

La domenica, lavoro benissimo.

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Tempo libero

Cosa ama fare nel suo tempo “libero”?

Tra un po’ andrò in pensione e quindi verosimilmente ne avrò molto. Ma non ho mai veramente pensato ad un tempo “libero”, distinto, o, peggio, in opposizione ad un tempo “recluso”. Ho amato e vissuto con grande passione il mio lavoro – di docente e di ricercatore con una formazione medica –, e ne sono stato ripagato con una bella crescita umana e professionale (anche con qualche delusione, ma si dimentica). Perciò il mio tempo è (quasi) sempre stato libero; poi c’è stato il coro, il teatro, il cinema, gli amici, e immagino che debba parlare di questo.

Quale musica ascolta e dove?

Purtroppo, ascolto poca musica adesso, da quando si è rotto il mio lettore di cd. Non ho alcuna dimestichezza con le playlist e con Spotify. Mi piace cantare e ho messo in piedi il coro di Ateneo, con studenti e colleghi, ma, ahimè, in questi tempi tristi, è silenzioso. Sulla musica, però, voglio raccontarvi un aneddoto. La mia giovinezza si è nutrita delle musiche di Fabrizio De André e di Giorgio Gaber. Eravamo al cineforum, con mia figlia, credo fosse “Se Dio vuole”, e c’è un personaggio, che ironizza sui complessi provocati dall’ascolto da piccola di De André, cui la costringeva il padre. Mia figlia e io ci siamo immediatamente rivolti uno sguardo di intesa; sì, perché, lo confesso, io la cullavo con “Bocca di rosa”! In compenso, a mia parziale discolpa, abbiamo riso tanto, ballando insieme il rock-and-roll sulle note di “Rock around the clock”.

Il suo film preferito?

Mi compiaccio di essere un cinefilo, come si fa a rispondere? Anche qui prendo dalla mia storia. Era il 1973, facevo il militare, era stata una brutta giornata, andai al cinema Colosseo, pagai, forse, 200 lire. Faceva “La febbre dell’oro”, di C. Chaplin, ero entrato depresso e contrariato, ne uscii sereno. Oppure, “Il re leone”, quello vero, del 1994, con Gassman che fa Mufasa e Tullio Solenghi che fa Scar; il “Cerchio della vita” è stato il primo pezzo che abbiamo provato con il coro, e spesso introduce i nostri concerti. Oppure, un film, che non ho mai visto, ma di cui lessi una recensione, “C’era una volta un merlo canterino”. Parla di un timpanista, che arriva sempre in ritardo alle prove, perché durante il percorso si distrae a guardare le ragazze, gli uccelli, o qualunque altra cosa lo incuriosisca; eppure, arriva sempre in tempo per suonare le sue battute. Mi è sempre piaciuta questa immagine.

Il suo spettacolo teatrale preferito?

Mi autocito: “Non vado più spesso a teatro, mi annoio. Mi infastidisce la generale acquiescenza al modello televisivo dominante, ai suoi tempi affannati, al suo respiro corto: banalità, cialtronerie, paternalismo. Il pensiero latita, oggi, a teatro. Per contrappunto mi ritorna alla mente un lontano ‘Crepino gli artisti’ all’Università di Salerno con il Cricot 2 di Tadeusz Kantor, in polacco, senza didascalie, con solo una presentazione scritta in italiano del contenuto dello spettacolo. Lacrime e sangue. Il complice Kantor che accompagna in scena i suoi attori. Stupendo.  Forse è così che deve andare. Allora? Allora, morto il teatro, se ne fa un altro.”

E un altro teatro l’ho fatto veramente, negli ultimi anni con “La strategia del silenzio”, il laboratorio di improvvisazione teatrale, che, con Salvatore Cardone, abbiamo portato avanti per cinque anni con gli studenti di medicina. I libri scritti per il Pensiero nascono da quella esperienza (ndr, Un esperimento di medicina narrativa e Piccole storie di malati). Troppo lungo parlarne qui, ma il teatro più bello è quello frutto di un esercizio critico e di una assunzione di responsabilità. Il teatro trasforma chi lo fa, e ne è trasformato dall’unicità di chi lo interpreta; per ognuno il teatro diventa il proprio teatro. Per chi fosse incuriosito rimando a questo articolo: Cardone S, Gallo C. La pratica del teatro nella formazione degli studenti di Medicina. Medical Humanities & Medicina Narrativa 2020; 2: 87-100. DOI 10.4399/97888255332556

Treno, auto o aereo?

Sempre, tutta la vita, treno.

Lo sport preferito?

L’atletica leggera. Da spettatore, naturalmente.

Mare o montagna?

Mare, ma non più di un paio d’ore sulla spiaggia.

La vacanza più bella?

Leggere, leggere, leggere. E chiacchierare con persone che ami.

La città italiana che più ama?

Roma, ma, invecchiando, mi affeziono sempre di più alle irritanti contraddizioni della mia città, Napoli.

La città europea più bella?

Sicuramente Parigi, Con mia moglie ci andiamo ogni paio d’anni. L’ultima volta, è stato nel febbraio 2020, appena in tempo per il covid.

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